Tag

, , , , , , , , ,

Il nonno camminava lentamente nel bosco, non era stanco e sebbene fosse anziano aveva ancora molta forza nelle gambe e fiato nei polmoni. Semplicemente amava osservare ciò che vedeva attorno a se, anche i minimi dettagli che i più ritengono insignificanti o noiosi. Il sole basso proiettava ombre fantastiche tra gli alberi, colori e immagini che riportavano alla sua mente i racconti favolosi che aveva udito da bambino, quando accanto al fuoco sua nonna soleva narrare le vicende del Piccolo Popolo.

Anselmo correva davanti a lui, nascondendosi dietro gli alberi per poi tendergli un agguato non appena il nonno lo superava. Era il suo gioco preferito, ma ciò che più gli piaceva era ascoltare il nonno quando raccontava le leggende del bosco, quelle storie senza tempo accendevano la sua fantasia e sarebbe stato capace di stare lì ad ascoltarle per giorni e giorni.


Anselmo era un bambino speciale. Era intelligente e curioso, sempre allegro e sorridente, felice come dovrebbero esserlo tutti i bambini di sette anni, amava leggere e adorava le storie, tutte quante, ma quelle che sapeva raccontare il suo nonnino erano le migliori. Quando ascoltava una di quelle storie fantastiche che parlavano di elfi, fate, nani e cavalieri, una stellina si accendeva nei suoi occhi azzurri come il cielo e brillava come brilla Sirio nelle fredde notti invernali.

In paese tutti adoravano quel bambino, grandi e piccini, non solo per la sua storia sfortunata, di cui sembrava non risentire affatto, ma proprio per la felicità che sprigionava. Era un bambino servizievole, sempre premuroso verso tutti e pronto ad aiutare gli altri perché conosceva la fatica del lavoro, la vedeva tutti i giorni dipinta sugli occhi della sua mamma, occhi sorridenti e pieni d’amore, ma stanchi per la fatica di dover tirare su da sola quel ragazzino. Fortunatamente il nonno la aiutava tantissimo, portava Anselmo a scuola la mattina, perché lei doveva partire molto presto per andare alla fabbrica, e lo andava a riprendere a mezzogiorno, quando usciva con la sua cartella rossa sulle spalle e un sorriso grande come il cielo che ti apriva il cuore. Poi stavano assieme tutto il pomeriggio, il nonno nella bottega lavorava il legno e Anselmo faceva le sue lezioni e raccontava al nonno le cose bellissime che aveva imparato a scuola. Anche il nonno raccontava, mentre lavorava, e a volte entrambi si perdevano in quei racconti e iniziavano a viverli come se i fatti e i personaggi narrati fossero reali e si animassero improvvisamente attorno a loro. Quando la mamma tornava a casa, stanchissima ma felice, cenavano assieme e parlavano a lungo, finché Anselmo non crollava addormentato, talvolta ancora seduto sulla sedia della cucina con il cibo in bocca e dovevano portarlo in braccio nel suo lettino.

Il papà di Anselmo non c’era più da tanto tempo, il bambino non se lo ricordava nemmeno, ma la mamma gliene parlava spesso. Il papà è andato in cielo, diceva lei, ma lo puoi vedere ancora nelle limpide notti invernali, devi solo guardare lassù. E così dicendo indicava a est, fuori dalla finestra, sopra la montagna, dov’era appena sorta Orione. Le vedi quelle tre stelline in fila indiana? La mamma indicava la cintura di Orione. Il papà è su quella di mezzo e da lì ti guarda e ti protegge sempre. Questa cosa del papà che abitava su una stella affascinava tanto il piccolo, che si riteneva davvero fortunato. Chi ce l’ha un papà come il mio? Un papà che sta su una stella? Anselmo lo diceva spesso ai suoi amichetti i quali, un po’ perché gli volevano bene e un po’ per sana superstizione infantile, gli davano assolutamente corda.

Il nonno e Anselmo camminavano assieme nel bosco, mano nella mano, e intanto il nonno raccontava di quella volta che Salbaneo aveva bucato la luna con dei pezzi di legno.

Ma come ha fatto nonno? Come ha fatto Salbaneo a bucare la luna? Me lo racconti un’altra volta? Anselmo si era fermato e non avrebbe certamente fatto un altro passo se il nonno non avesse iniziato subito a raccontare. Quante volte gli aveva già raccontato quella storia? Eppure Anselmo si comportava come se la sentisse per la prima volta, i suoi occhi si accendevano e appariva quella stellina luccicante di cui abbiamo già detto.

Salbaneo era un bel pezzo di birbante, iniziò il nonno mentre Anselmo ricominciava a camminare con aria sognante, lo sguardo perso nel vuoto di chi non vede ciò che lo circonda ma è totalmente immerso nella fiaba che gli stanno raccontando. Salbaneo non voleva saperne di andare a scuola, continuò il nonno, ma non voleva nemmeno lavorare, non faceva niente dalla mattina alla sera, andava a zonzo per il paese e faceva dispetti alle persone. E poi, di notte, andava a rubacchiare quello che gli serviva, come la legna da ardere, perché era troppo pigro per andare a tagliarla nei boschi. Così una notte, mentre stava rubando dei ciocchi dalla legnaia del Toni, la luna improvvisamente uscì fuori dalle nuvole e lo illuminò, così tutti lo videro e lo smascherarono. Salbaneo si arrabbiò talmente con la luna che gli aveva fatto quello scherzo, proprio a lui che era il più dispettoso di tutti e si riteneva tanto furbo, che lanciò verso la luna la legna che aveva in mano, bucherellandola tutta. I buchi sono ancora lì, li puoi ben vedere durante le notti di plenilunio, sono i buchi che ha fatto Salbaneo.

Anselmo tacque un secondo e poi disse: meno male che Salbaneo non ha lanciato la legna contro la stella del papà, vero nonno? Secondo te avrebbe potuto colpirlo? Nonno, Salbaneo avrebbe potuto colpire il papà?

Il nonno sorrise e disse che certamente il papà non si sarebbe mai fatto colpire da Salbaneo, perché era molto più furbo di quel birbante.

[Continua…]

Annunci