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Era così che volevo vederle, senza nessuno intorno, dritte e imponenti ergersi dalla terra che le ha generate, maestose e svettanti nel blu, come delle immense pale sull’altare della natura. Attorno a me regna il silenzio, rotto solo dal sibilare del vento, dall’ansimare del mio respiro e dallo scricchiolio della neve crostosa che cede sotto il mio peso.

Penso al clamore, alla confusione che regna in questi luoghi durante l’alta stagione, quando in estate la gente arriva fin qui con una breve passeggiata dopo aver parcheggiato comodamente al Rifugio Auronzo o quando, d’inverno, motoslitte rumorose e inquinanti portano qui centinaia di persone risparmiando loro la fatica e la soddisfazione di guadagnarsi la meta con le proprie gambe e il proprio sudore.

Ma in questo momento sono solo e attorno a me regna il silenzio e l’immensità.

Poco distante i Cadini svettano in cielo. Le guglie aguzze tra cui aleggiano nuvole vaporose ricordano le fauci spalancate di un drago, con denti affilati e fiato ardente che ne esce minaccioso.

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L’alito del drago ha ormai invaso le valli e solo le cime delle montagne emergono da quella marea lattiginosa.

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In questo paesaggio onirico appare tra le rocce una traccia umana, il Rifugio Lavaredo. La costruzione in pietra grigia sorge sul pianoro alla base delle Tre Cime, in una distesa cosparsa di massi caduti da tempo immemore. Man mano che mi allontano il Rifugio diventa sempre più piccolo e si confonde sempre più tra i massi fin quasi a scomparire in questa visione. Un sassolino  disperso nella distesa di roccia e neve, un punto senza dimensione nello spazio infinito.

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