Rifugio Dino e Giovanni Chiggiato, dove volano le aquile

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Inverno con poca neve e poco freddo. Bisogna salire molto in alto per ritrovare quella poesia di distese bianche, romantiche, ovattate, circondate da montagne coperte di neve soffice. Nelle valli il paesaggio è brullo, tardo autunnale, un po’ sofferente e malinconico, ma pur sempre affascinante.

Inizia così, sabato 28 febbraio, l’escursione al Rifugio Chiggiato. Dall’abitato di Calalzo di Cadore imbocco la strada che si addentra nella chiusa e poetica Val d’Oten, parcheggio l’auto presso la chiesetta della Vergine di Caravaggio, a quota 823 metri, e mi incammino seguendo il segnavia n. 261.

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Il rifugio è posto a 1911 metri, quindi il dislivello complessivo è di circa 1100 metri, ma niente paura: i più pigri e meno allenati potranno raggiungere il rifugio, in estate, con minore fatica, salendo in auto fino alla località “La Stua” (1200 metri circa) e riducendo così i tempi e lo sforzo. Durante l’inverno però la strada è chiusa e quindi gambe in spalla, sarà più bello conquistare la meta.

Inverno con poca neve dicevo, ma in compenso di ghiaccio ce n’è in abbondanza. La strada asfaltata è un’unica lastra compatta e scivolosissima, tanto che devo calzare i ramponcini per poter stare in piedi. Lungo il primo tratto di percorso non mancano alcuni scorci pittoreschi, come questa cascatella ghiacciata.

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Daniza e M2

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Andrea:

Pubblico anche qui questo racconto che ho scritto su http://mimettoingioco.wordpress.com. Il tema proposto per gli aspiranti narratori era “l’incontro” ed io ho pensato di romanzare una storia realmente accaduta, un incontro “diverso” tra due protagonisti speciali, di cui avevo già trattato su Pensieri sotto la neve. Ma non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa. Fatemi sapere cosa ne pensate.
Buona lettura.

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Non si erano ancora incontrati, ma Lei sapeva già che Lui sarebbe divenuto il padre dei suoi figli. Lui invece, da buon maschio interessato principalmente alla diffusione del seme, sapeva che con Lei sarebbe stata una scopata memorabile. Difficile, con questi presupposti, immaginare la bella storia d’amore che sarebbe nata dal loro incontro, invece…

Daniza era nata in Slovenia 19 anni fa, ma viveva in Trentino dal 2000 e ormai quella era la sua casa. Ne amava le foreste, gli spazi infiniti, le valli solcate dai limpidi e scintillanti torrenti, le grandi montagne dalle pareti strapiombanti che si ergono imponenti sopra i boschi di abeti, le gelide cascate sotto le quali talvolta amava bagnarsi. Si sentiva libera e lo era veramente, libera come non era mai stata, padrona del proprio destino, felice semplicemente di essere, di respirare, di vivere.

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In sella nella grigia pianura

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Niente ciaspe oggi e niente montagna. La giornata è decisamente uggiosa, una di quelle giornate in cui non ti vorresti mai alzare dal letto. E invece, accompagnato Dario a scuola, carichiamo le biciclette in macchina e partiamo verso Quinto di Treviso, dove percorriamo un tratto della ciclabile Treviso-Ostiglia, realizzata sul sedime dell’omonima ferrovia militare che attraversava diagonalmente il Veneto.

Attualmente sono percorribili solo 50 dei 118 chilometri totali, da Quinto di Treviso fino al confine tra le province di Padova e Vicenza, con alcuni tratti di collegamento realizzati fuori dal tracciato ferroviario. Speriamo che anche il restante percorso venga presto completato. Per maggiori informazioni si può consultare il sito ufficiale, oltre ai siti Magico Veneto e Ferrovie abbandonate, ricchi di informazioni pratiche, mappe e foto.

Parcheggiata l’auto in centro a Quinto inforchiamo le bici e partiamo, tra la nebbia e il gelo di questo pessimo sabato mattina. Guardiamo il lato positivo della faccenda: c’è pochissima gente in circolazione e la pista è tutta per me e Silvia, che così possiamo pedalare affiancati, chiacchierare, goderci questo panorama tanto grigio e spettrale da essere quasi affascinante. Naturalmente, se decidete di farvi un giro da queste parti, vi consiglio di venire qui in una bella giornata di primavera, ma a meno che non amiate le folle di gitanti e le processioni di famiglia evitare la domenica pomeriggio.

Correre sulla Treviso-Ostiglia scatena strane sensazioni. Il percorso è una lunga linea retta, non ci sono curve davanti a noi, ma un’unica striscia di terra lanciata verso un lontanissimo punto di fuoco, come in un esercizio scolastico di prospettiva centrale dove tutte le linee convergono verso il centro del foglio. Ogni tanto qualche attraversamento di strade secondarie, una stazione ferroviaria abbandonata, un ponte, una pietra miliare. Attorno a noi la campagna veneta, qualche trattore all’opera, i fiumi e i canali, i boschi di pioppi, salici e ontani, laghetti dove sguazzano germani reali, folaghe, alzavole, svassi e cormorani. Un elegantissimo airone bianco ci osserva con distacco mentre passeggia con le sue lunghe leve sull’acqua.

Il percorso attraversa il parco naturale del fiume Sile, una splendida area protetta compresa nei territori di ben 11 comuni veneti, e l’Oasi di Cervara, dove gli appassionati di birdwatching possono scatenarsi nell’osservazione di una garzaia che conta ben 200 nidi di aironi, nitticore e garzette e dove con un po’ di fortuna si può ammirare il martin pescatore, l’usignolo di fiume, la poiana e lo sparviere.

Oggi però niente birdwatching, solo pedalare e farlo più in fretta possibile per scaldarsi bene, vista la temperatura da pieno inverno. Ogni tanto una brevissima pausa per scattare delle foto che, con questo cielo grigio, non sono particolarmente spettacolari.

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Martedì bianco

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In quest’ultimo giorno di carnevale, mentre a Venezia tra calli e campielli impazza la festa, io e Silvia decidiamo di andare a respirare un po’ d’aria pura e a goderci questa stupenda giornata di sole in alta montagna. Purtroppo Dario non è dei nostri, a quindici anni ormai le cose vanno così: se gli gira giusta si unisce a noi e passiamo splendide giornate assieme, ma se non gira… meglio lasciar perdere. E oggi si lascia perdere.

Parcheggiata l’auto sul Passo Cibiana iniziamo a salire sulla strada militare che porta alla cima del Monte Rite, dove sorge un forte risalente alla Grande Guerra, recentemente ristrutturato e adibito a museo (http://www.monterite.it/). Le ciaspe non servono, la neve quest’anno non è stata abbondante e inoltre il percorso è ben battuto. Il tempo è stupendo, in cielo neanche una nuvola e alle nove di mattina l’aria è già tiepida, così togliamo guanti e piumini e proseguiamo leggeri e felici.

Dopo neanche mezz’ora il panorama inizia ad aprirsi e le Dolomiti zoldane si prospettano magnifiche ai nostri occhi. In lontananza, dietro la prima linea della Civetta, della Moiazza, del San Sebastiano, si intravede l’altopiano delle Pale di San Martino e l’imponente Cimon della Pala. Continua a leggere

Illusioni

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Tante sono le illusioni che attraversano il corso di una vita. Ci si illude di essere simpatici, di avere fascino, di aver qualcosa da dire (e quindi si scrive un blog:-)), di essere amati, di essere qualcuno, di lasciare un segno nel mondo. In realtà siamo nulla, solo un granello di sabbia nel deserto del Sahara se guardiamo nello spazio, solo un nanosecondo nell’arco di una vita, se consideriamo il tempo. Continua a leggere

La parabola della zecca

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Voglio riportare qui un brano di un libro che sto leggendo (Caro bosco, di Marco Scapin), perché l’ho trovato illuminante e profondo pur nella sua estrema semplicità, quella semplicità che contraddistingue sempre le cose vere.

In mattinata sono stato invece io ad essere preda di una zecca, anche se per pochi istanti. È un essere non facile da apprezzare, soprattutto se porta gravi malattie. La zecca tuttavia non fa una bella vita, è una parodia dell’uomo moderno: quando ha ottenuto ciò che cerca s’ingrassa a tal punto da non potersi muovere e questo è spesso causa della sua morte. È preferibile quindi non attaccarsi con avidità a nulla.

Non aggiungo altro, ognuno rifletta e tragga le conclusioni che crede.

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A proposito di yak…

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Ggianluigi, un amico che scrive bellissimi racconti su mimettoingioco.wordpress.com, ha preso ispirazione dal mio ultimo post sulla ciaspolata in vetta al Monte Zovo per inviarmi una simpaticissima vignetta sulla presenza in Veneto degli yak, gli irsuti bovini tibetani con cui aprivo il mio articolo sabato scorso. La pubblico volentieri perché molto ben fatta, oltre che simpatica e spiritosa, e ringrazio Ggianluigi per il pensiero gentile e per avermi autorizzato a metterla in rete.

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Resta da capire se gli yak siano stati effettivamente trapiantati nelle terre alte del Veneto in seguito ad un progetto sperimentale di ricerca, come la cultura ufficiale vuol farci credere, o se sia l’ennesimo caso di immigrazione clandestina (i soliti complottisti riferiscono che gli animali avrebbero ripercorso a ritroso la via della seta di marcopoliana memoria), piuttosto che un esperimento condotto da intelligenze aliene per scombussolare i già delicati equilibri del nostro territorio.

Visto che gli yak hanno stuzzicato la fantasia e la curiosità di diversi amici che seguono questo spazio, aggiungo un paio di altre foto scattate due estati fa sui prati che conducono verso la cima del Monte Rite, Cadore, provincia di Belluno.

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Tibet? No: Monte Zovo, Comelico

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Alzi la mano chi sapeva che in Veneto vivono gli Yak. Pur sapendo che questi affascinanti animali sono stati introdotti da qualche anno sul nostro territorio, la prima volta che ne ho visto uno sono rimasto abbastanza impressionato e quasi quasi credevo di essermi teletrasportato in Tibet, dove gli yak sono di casa. In Italia gli yak sono stati introdotti da una decina d’anni perché si nutrono di piante infestanti che i tradizionali animali che popolano i nostri pascoli disdegnano e così, da una parte, si sono guadagnati l’appellativo di “spazzini del bosco” e dall’altro favoriscono la ricrescita di altre essenze foraggiere, contribuendo al ripristino delle normali condizioni dei pascoli montani. Terminata questa digressione agro-culturale, parliamo dell’escursione di oggi. Il punto di partenza è Costa, graziosissimo paesino del Comelico, abbarbicato (manco a dirlo) sul crinale della montagna, tra Santo Stefano di Cadore e Padola. Parcheggiamo nei pressi della chiesa del paese e imbocchiamo l’unica strada che sale verso la stalla sociale e si addentra nel bosco di abeti che ricopre le pendici del Monte Zovo.

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Mi metto in gioco

No, non è una competizione sportiva, non è un contest né un concorso di idee e non ho nemmeno intenzione di mettermi in mostra in qualche modo. Mi metto in gioco è il titolo di un blog che vi voglio segnalare, dove ci sono persone che scrivono davvero bene e che vi consiglio caldamente di visitare.

Ho pubblicato indegnamente anch’io un paio di storielle, ma non vi segnalo il blog per questo. Andate piuttosto a leggere cosa scrivono Miscarparo70, Ggianluigi, Massimolegnani, Tempodiverso, Libus, Malosmannaja e gli altri. Sono certo che vi piacerà!

Grazie a tutti voi!

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Tra Natale e Capodanno mi ero talmente concentrato su anguane e salbanei che non mi ero accorto che i folletti di WordPress stavano lavorando anche per me. Spero che mi perdoneranno se non ho dato subito importanza al loro lavoro, non vorrei mai che mi facessero qualche brutto scherzo. D’altra parte la storia di Anselmo nel bosco delle anguane insegna bene: mai prendere sotto gamba il Piccolo Popolo.

E allora ringrazio i folletti di WordPress, ma soprattutto ringrazio tutti voi che avete seguito questo spazio di elucubrazione personale. Vi ringrazio per la simpatia, per gli attestati di stima, per le osservazioni e gli spunti di riflessione che mi avete proposto. Se non fosse stato per voi questo blog non sarebbe durato così a lungo.

Bando alle ciance e diamo spazio ai numeri…

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 6.100 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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