Visioni: le Tre Cime di Lavaredo

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Era così che volevo vederle, senza nessuno intorno, dritte e imponenti ergersi dalla terra che le ha generate, maestose e svettanti nel blu, come delle immense pale sull’altare della natura. Attorno a me regna il silenzio, rotto solo dal sibilare del vento, dall’ansimare del mio respiro e dallo scricchiolio della neve crostosa che cede sotto il mio peso.

Penso al clamore, alla confusione che regna in questi luoghi durante l’alta stagione, quando in estate la gente arriva fin qui con una breve passeggiata dopo aver parcheggiato comodamente al Rifugio Auronzo o quando, d’inverno, motoslitte rumorose e inquinanti portano qui centinaia di persone risparmiando loro la fatica e la soddisfazione di guadagnarsi la meta con le proprie gambe e il proprio sudore.

Ma in questo momento sono solo e attorno a me regna il silenzio e l’immensità.

Poco distante i Cadini svettano in cielo. Le guglie aguzze tra cui aleggiano nuvole vaporose ricordano le fauci spalancate di un drago, con denti affilati e fiato ardente che ne esce minaccioso.

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L’alito del drago ha ormai invaso le valli e solo le cime delle montagne emergono da quella marea lattiginosa.

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In questo paesaggio onirico appare tra le rocce una traccia umana, il Rifugio Lavaredo. La costruzione in pietra grigia sorge sul pianoro alla base delle Tre Cime, in una distesa cosparsa di massi caduti da tempo immemore. Man mano che mi allontano il Rifugio diventa sempre più piccolo e si confonde sempre più tra i massi fin quasi a scomparire in questa visione. Un sassolino  disperso nella distesa di roccia e neve, un punto senza dimensione nello spazio infinito.

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Tutto vero, di Alessandro Depegi

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Il titolo del libro suona come una promessa e in effetti le storie narrate dal dott. Depegi sono storie vere, spesso drammatiche, dove il legame tra paziente e terapeuta non si limita a un rapporto professionale ma diventa spesso un legame più stretto,  che in alcuni casi trova interpretazioni sorprendenti.

Il sottotitolo “Istantanee di vita” è una seconda anticipazione di ciò che vi attende: episodi di vita vissuta a volte difficili da collocare perché narrati da pazienti sotto ipnosi, ma significativi perché punti di snodo nella vita (e nelle vite) dei vari protagonisti.

E poi c’è la storia personale dell’autore, la sua vita divisa tra Italia e Svizzera, la sua crescita umana e professionale, il suo scontro senza compromessi con la burocrazia e con la stupidità umana, il suo interesse per l’uomo e il suo progressivo avvicinamento alla medicina alternativa o, come lui preferisce chiamarla, complementare, alla ricerca di un difficile equilibrio tra le scienze ufficiali, accademiche, e quelle meno riconosciute, ma che nei casi descritti in questo libro si rivelano estremamente efficaci. Continua a leggere

La mia prima mezza maratona, tra sudate e risate

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Corro per il puro piacere di farlo e perché l’attività fisica mi aiuta a liberare la mente e a rilassarmi, come già spiegavo qui a proposito dell’andare in bicicletta. Finora non avevo mai partecipato a una gara ed è stato quasi per caso che ho deciso di iscrivermi alla Maratonina della Città Murata che si è tenuta a Cittadella un mese fa. Vista l’eccezionalità dell’evento mi sembra giusto scrivere almeno un articolo su questa esperienza e su un paio di episodi divertenti che sono capitati prima e durante la competizione.

Antefatto: lo smacco Continua a leggere

Sulla diversità 

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Prendo spunto da questo articolo del blog Le parole di Paola – Il laboratorio di Petunia 2, che vi invito a leggere, dove si racconta la storia di Lizzie Velasquez, che non conoscevo e che mi ha colpito profondamente. Volevo partire da questa storia, terribile ma tutto sommato a lieto fine, per fare una riflessione sulla diversità.

Credo che il sentirsi diversi, inadatti o addirittura mostruosi sia una sensazione che hanno provato in molti, soprattutto da ragazzi, e che sia una delle conseguenze dei grandi cambiamenti che avvengono dentro di noi durante la prima giovinezza. A chi non è successo, soprattutto da adolescente, di sentirsi non sufficientemente all’altezza, non abbastanza inserito, accettato, desiderato, amato? O Magari di sentirsi inferiore a causa di un difetto fisico, di un’intelligenza diciamo non proprio brillante, di una famiglia poco abbiente o chissà per quali altri motivi, alle volte anche solo immaginari? Continua a leggere

Sul Tudaio, in attesa che nevichi

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Innanzitutto buon 2017 a tutti! Speriamo che con l’anno nuovo presto arrivi anche la neve, perché le Dolomiti così brulle e ingiallite fanno un po’ di tristezza.

In attesa che nevichi ci dedichiamo a un classico dell’escursionismo autunnale, il Monte Tudaio. Si tratta di una montagna non molto alta (2140 metri s.l.m) che fa da cerniera tra le Alpi Carniche e le Dolomiti del Cadore. Dalla vetta del Tudaio si gode di una fantastica veduta sul Centro Cadore e sulla Val d’Ansiei (quella di Auronzo), ma lo sguardo spazia fino in Comelico, alle Dolomiti di Sesto con le celeberrime Tre Cime di Lavaredo e alle montagne austriache.

Ma il Tudaio è una meta ideale anche per approfondire una pagina importante della nostra storia, quella che riguarda la Grande Guerra, che qui ha visto momenti drammatici con la conquista austriaca dopo Caporetto e la riconquista italiana dopo la battaglia del Piave. La montagna infatti è stata scolpita dai genieri italiani tra il 1908 e il 1910 che hanno realizzato la bellissima e aerea strada militare che conduce alla cima e qui un poderoso forte che forma un corpo unico con la montagna, oltre ad un sistema di gallerie in parte ancora visitabile. Continua a leggere

È così fragile, di Stefania Sabattini

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Viola e Marina, così diverse eppure così unite da un’amicizia che affonda le radici nell’infanzia delle due protagoniste, quel tempo della nostra vita in cui ogni cosa diventa mito e contribuisce a formare le basi su cui costruiamo la nostra identità di uomini e donne. È per questo che Viola e Marina sono così unite? È per questo che nemmeno gli amori, le sconfitte e le vittorie, il tempo e la la vastità del mondo riescono a dividerle? O forse c’è qualcosa di più profondo alla base? Un legame spirituale che va oltre il tempo e lo spazio? Questo l’autrice non lo rivela, ma dopo aver letto avidamente fino all’ultima pagina questo bellissimo romanzo, mi piace pensare che sia cosi, che ci sia un motivo per cui nasciamo, ci conosciamo, ci uniamo agli altri, una ragione per cui con certe persone si accende subito quella scintilla che invece con altri non scoccherà mai.

È cosi fragile è una storia che si snoda nei decenni a cavallo dell’ultimo cambio di secolo e racconta in particolare la vita di Viola e delle persone che la circondano: le amiche, Marina in particolare, il papà (figura dolcissima e forte contemporaneamente), i compagni di Università, i colleghi di lavoro… È una storia che parla di amori, avventure, fidanzamenti, matrimoni, ma anche di chi non ha saputo amare per un’intera vita e di chi per mancanza di quell’amore è stato sconfitto e travolto, perdendo tutto. È una storia che entra nel profondo dell’anima dei protagonisti e dei personaggi minori per scrutarvi all’interno, invitando il lettore a fare altrettanto e a chiedersi come si sarebbe comportato in quel frangente o, ancora, a rivivere nella lettura del romanzo fatti ed esperienze della propria esistenza, magari assopiti o dimenticati da tanto tempo.

Per saperne di più: https://righeorizzontali.wordpress.com/e-cosi-fragile/

 

Visioni

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Domenica mattina, mentre correvo lungo la Statale d’Alemagna, all’altezza di Borca di Cadore ho avuto una visione. Il campanile della graziosa chiesa di San Rocco, con la sua bifora e l’angelo in equilibrio sulla punta del tetto a cipolla. Il blu carico del cielo, irregolarmente screziato di bianco dalle nuvole vaporose. Una nuvola più compatta, schiacciata e allungata, galleggia a mezz’aria tra il paese e il bosco e, sopra ogni cosa, regale e maestoso come un principe vestito d’ermellino, il Pelmo tutto imbiancato di neve che domina la valle a ovest del Boite.

Mi sono fermato e sono sceso a contemplare quella meraviglia, che condivido qui sotto con tutti voi. Spero che vi piaccia.

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La vera forza delle organizzazioni

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Sto leggendo un libro di Antonio Candiello: “Economia, organizzazione e qualtà”, edito da libreriauniversitaria.it. Una frase, a pagina 12, ha colpito la mia attenzione:

Si pone quindi l’opportunità di far leva sulle competenze e sull’impegno del personale, vero patrimonio aziendale, e massima attenzione deve essere data alle esigenze di ciascun componente, favorendone la crescita individuale nell’organizzazione e assecondandone gli obiettivi motivazionali secondo modalità che richiedono un continuo aggiornamento.

È così semplice, così lineare, da sembrare persino banale: le organizzazioni sono fatte di persone e quindi per avere un’organizzazione migliore è basilare investire nel personale, nel “capitale umano”, come ormai è uso definirlo.

Catalano direbbe: è molto meglio avere dipendenti realizzati e ben pagati in un’organizzazione che funziona e di successo, piuttosto che avere personale demotivato, incacchiato in un’azienda che va a rotoli.

Giusto.

Ma guardate che non è affatto banale. Non è affatto banale e dovremmo tutti ripartire proprio da questo concetto di base: l’azienda è fatta di persone, poi viene tutto il resto. Potete mettere il miglior pilota del mondo alla guida di un’auto scarsa: non vincerete mai una gara! Potete inventare la ricetta più strafichissima che ci sia, ma se usate ingredienti scadenti il risultato non sarà quello che avevate in mente.

Nel caso delle organizzazioni gli ingredienti sono le persone, la risorsa più importante, il “vero patrimonio aziendale” come dice Candiello. Inutile elaborare teorie, diagrammi, processi, ingaggiare consulenti, fare riorganizzazioni se poi alla fine della fiera il personale non è coinvolto, motivato, appagato, ma, peggio, è sfiduciato o addirittura rema contro il management.

I manager che avviliscono e demotivano i propri collaboratori facendoli sentire inutili, che esercitano il potere umiliando le persone da cui invece dovrebbero distillare il meglio che c’è o ancora che instaurano un clima di paura, minacciando rappresaglie contro chi commette un errore, non sono degni di ricoprire tale ruolo. Hanno sbagliato mestiere.

Condividere, persuadere, responsabilizzare, premiare, dare autonomia pur nel rispetto delle sacrosante politiche aziendali, queste le parole chiave che ogni dirigente dovrebbe ripetersi ogni mattina come un mantra andando in ufficio, magari ricordandosi di non perdere quel briciolo di umanità e di umiltà che non guastano, perchè anche il più alto e ben pagato dirigente che siede su una poltrona di pelle umana ha pur sempre due occhi, un naso, una bocca e un buco del culo.

La condivisione, il fare gruppo (o team building, che è più fico ma ha lo stesso significato), la comunicazione spingono ognuno a moltiplicare le energie in campo, a mettere la propria fantasia e creatività al servizio dell’organizzazione, consentendo di raggiungere gli obiettivi aziendali e personali, facendoli diventare una cosa sola, magari persino divertendosi nel contempo, facendo sì che il lavoro non sia una condanna, un peso, ma addirittura un piacere perché si realizza sé stessi e ci si sente utili alla causa comune.

Utopia? Secondo me e Candiello no, anzi un dovere.

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Sole e luna

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Siamo tutti sole e luna. Come nel mondo che ci circonda anche in noi vivono mille contrasti, un turbine di opposti che ci caratterizza e ci definisce: siamo buoni e cattivi, coraggiosi e vili, attivi e passivi, deboli e forti, amorevoli e violenti.

Quando penso a me stesso e alle mie passioni, ai miei desideri, ai miei interessi, vedo aspetti molto diversi. Ho fatto studi scientifici e lavoro nel mondo dell’informatica, ma nel contempo adoro musica, letteratura, arte e filosofia, amo in modo viscerale la natura e tutto ciò su cui non si è posata la mano dell’uomo, mi diletto in cucina e mi piace la vita attiva, ma amo anche riposare e meditare.

A volte penso che tutto ciò sia irrazionale, mi sembrano interessi contrastanti, inconciliabili. Ma poi mi torna alla mente una frase di Victor Hugo che lessi ai tempi del Liceo, una frase che diceva più o meno così:

Non vi é alcuna incompatibilità fra l’ esatto e il poetico. Il numero è nell’arte come nella scienza, l’algebra è nell’astronomia e l’astronomia confina con la poesia. L’anima dell’uomo ha tre chiavi che aprono tutto: la cifra, la lettera, la nota. Sapere, pensare, sognare. Tutto qui.

E allora penso che non c’è nulla di strano e che, anzi, le diverse passioni che ci animano non sono che l’eco delle diverse forze che vibrano e costituiscono l’Universo.

Non vi è alcun contrasto, alcuna contraddizione. Gli opposti si completano e se giustamente mescolati generano armonia. Sole e luna sono dentro ognuno di noi.

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La dura vita dello scrittore

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Qualche giorno fa, mentre pranzavo nel locale dove vado di solito a mangiare durante la pausa sul lavoro,  ho assistito alla presentazione di un libro. L’autore, affiancato da un intervistatore e da un’altro tizio, raccontava la propria esperienza e rispondeva alle domande nel disinteresse generale degli avventori. Tutti mangiavano e parlavano tra di loro senza degnare di uno sguardo il povero autore il quale si rivolgeva malinconicamente ai commensali nonostante questi lo ignorassero bellamente. Il chiacchiericcio generale copriva completamente la voce dello scrittore, che imperterrito continuava a parlare rivolgendosi non si sa a chi.

Vita dura per gli scrittori oggigiorno. Quando anche trovano un editore disposto a pubblicarli, devono poi affrontare le fatiche di Eracle e di Sisifo per promuovere la propria opera, destare l’interesse dei lettori e sperare che si generi quel magico passaparola in grado di far decollare le vendite.

Chi ama scrivere e sogna di veder pubblicate le proprie opere sa bene quante difficoltà, delusioni e qualche volta persino fregature attendano gli scrittori di oggi. Ma un tempo era diverso? Leggete qui di seguito cosa scrive Cervantes nella seconda parte del Don Chisciotte, anno di pubblicazione 1615:

– Ma mi dica, vostra signoria, questo libro si stampa a sue spese o ha già venduto i diritti a qualche editore?

– Lo stampo a mie spese – disse l’autore – e penso di guadagnarci almeno mille ducati con questa prima edizione che sarà di duemila copie, da vendersi a sei reali l’una, in quattro e quattr’otto.

– Vostra signoria è fuori strada – rispose Don Chisciotte – sembra proprio che sia all’oscuro del dare e avere degli stampatori e di come sono solidali fra di loro. Io vi assicuro che quando vi vedrete oberato di duemila copie, vi sentirete così oppresso da spaventarvi, e specialmente se il libro è un po’ speciale e ha qualcosa di piccante.

– Allora – disse l’autore – vorrebbe forse vostra signoria che lo dessi, per quattro soldi di diritti, a un editore che pensa anche di farmi una grazia a darmeli? Io non stampo i miei libri per farmi una fama nel mondo; perchè sono già conosciuto per quello che faccio: voglio guadagnarci dei quattrini, perchè senza i soldi la fama non conta niente.

– Dio ve la mandi buona – rispose Don Chisciotte a quel punto.

Che ne dite? Non sembra di assistere alla discussione con un aspirante scrittore contemporaneo?

Sicuramente un tempo c’erano meno scrittori, le case editrici non erano inondate da migliaia di proposte di pubblicazione, ma è anche vero che una volta c’erano molti meno lettori di oggi e che i costi di stampa e distribuzione erano più elevati. Insomma, penso che gli scrittori abbiano sempre avuto vita dura, ieri come oggi.

E la vostra esperienza qual è? Avete mai provato a pubblicare i vostri scritti? Avete trovato un editore che ha creduto in voi o avete ceduto alle lusinghe di un editore a pagamento? Oppure non vi siete posti il problema e vi siete lanciati nel self-publishing, come lo scrittore del brano qui sopra tratto dal Don Chisciotte?