La cascata di Fanes

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Non amo particolarmente Cortina d’Ampezzo, troppo mondana per i miei gusti e troppo antropizzata. Eppure è innegabile che questa località così glamour, sempre presente sulle pagine patinate delle riviste di moda e di gossip, sorga in uno degli anfiteatri naturali più spettacolari della terra e sia circondata da alcuni dei luoghi più suggestivi e incantevoli del pianeta. E allora veniteci a Cortina, meglio se fuori stagione e non solo per sorprendere qualche VIP in vacanza o per scandalizzarvi davanti alle vetrine che espongono articoli con prezzi da capogiro, ma venite ad ammirare luoghi unici, che il Creatore sembra essersi divertito a scolpire qui attorno, nel giro di pochissimi chilometri.

Tutto questo lungo preambolo per parlarvi di uno di questi luoghi: la cascata di Fanes, raggiungibile con una breve passeggiata tra boschi verdissimi e torrenti scintillanti, circondata da pareti di dolomia a picco sulle acque spumeggianti. La cascata prende il nome dall’omonima valle che a sua volta richiama il nome del leggendario popolo dei Fanes, che avrebbe vissuto tra questi monti in un lontano e imprecisato passato. La saga dei Fanes è bellissima e struggente e un giorno forse ve la racconterò, anche se potete trovare in rete molti siti che ne parlano. Certo è che camminando in questi luoghi non sorprende che qualcuno abbia tramandato storie fantastiche secondo le quali nani, guerrieri, re, principesse e maghi si aggiravano tra queste valli e altopiani.

La cascata di Fanes è un luogo spettacolare e magico, colpirà i grandi per il percorso aereo che conduce fin sotto alla sua base (meglio portarsi una corda e un caschetto, inoltre è bene non soffrire di vertigini), ma conquisterà soprattutto bambini e ragazzi per una particolarità: è possibile camminare alla base della cascata e passare dietro l’imponente getto d’acqua che precipita fragorosamente. Ci si bagna un po’ e bisogna fare attenzione a non scivolare (indossare delle buone scarpe da trekking!), ma l’emozione di camminare dietro la cascata, proprio come in un film d’avventura, è veramente unica. Ai meno pigri e più allenati consiglio di non limitarsi a visitare solo la cascata, ma di percorrere l’intero sentiero delle cascate, che risale il corso del Rio Fanes e offre scorci bellissimi sulla cascata principale e sugli altri salti minori, sui pozzi, laghetti, anse, cateratte, forre e pareti di roccia.

Ne vale la pena? Condivido qui sotto qualche scatto e lascio a voi giudicare.

La cascata vista dal sentiero, in avvicinamento

Alla base della cascata

Qui è proprio piacevole camminare

Eccoci dietro la cascata, nel reame segreto dei Fanes

Nel fragore dell’acqua spumeggiante sembra di udire ancora la voce di Dolasilla

 

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Oggi compio cinquant’anni. Mi fa una grande impressione anche solo pensare questa frase e quindi la scrivo, per esorcizzarla.

Oggi compio cinquant’anni.

OGGI COMPIO CINQUANT’ANNI.

Lo so che è un giorno come un altro, oggi sono esattamente lo stesso di ieri e domani non sarò diverso da oggi. Eppure gli anni passano, anzi corrono sempre più veloci. Mi sembra ieri quando mio figlio venne al mondo e ieri l’altro quando mi son sposato. Appena una settimana fa mi laureavo e pochi giorni prima ero un liceale. La mia infanzia non è poi così lontana, i ricordi sono più sfumati, ma non sembra che sia passato mezzo secolo… Aaaagh

Mezzo secolo

MEZZO SECOLO

Ecco, esorcizzato anche questo!

Mi sento bene, fisicamente mi sento meglio e più in gamba di vent’anni fa. Il lavoro c’è e va bene, la famiglia è solida, siamo felici, siamo in salute, non ci manca niente. Cosa si può voler di più dalla vita?

Dieci anni di meno?

  

La chiesetta tra le nuvole

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La chiesetta di San Dionisio, protettore del Cadore, è abbarbicata sulla cima di un colle a 2000 metri e da lassù veglia sulla vallata. Mille e duecento metri più in basso la statale di Alemagna collega Belluno con Cortina ed è percorsa ogni anno da milioni di automobilisti che impazienti si dirigono verso le loro agognate vacanze: Cortina d’Ampezzo, la Val Pusteria. Sfrecciano impazienti e talvolta insofferenti, ignari di calcare il medesimo tracciato dell’Antica Strada Regia, già percorsa nei secoli da legioni romane, pellegrini, mercanti, eserciti teutonici e veneziani. La chiesetta di San Dionisio osserva tutto questo da lassù, dove regnano pace e silenzio e l’eco lontana delle motociclette che rombano affrontando i tornanti non disturbano più di quanto possa disturbare il ronzio di una zanzara.

La chiesetta fu edificata nel 1508, al tempo della battaglia di Rusecco, quando in questa valle si fronteggiarono le armate veneziane e quelle imperiali per il dominio di questi territori e da allora divenne un simbolo di pace molto amato dalla gente cadorina. Sono monti, torrenti, vallate intrisi di storia e antiche memorie, ma anche di straordinaria bellezza: San Dionisio si affaccia sulla Valle del Boite da un lato, mentre dall’altro guarda l’Antelao, la più alta cima delle Dolomiti dopo la Marmolada, un colosso piramidale di granito chiaro la cui cima è quasi perennemente nascosta sotto un soffice cappello di nuvole.

Salire a San Dionisio è una bellissima escursione che si può compiere in ogni stagione: con le ciaspe e con gli sci in inverno, a piedi o in bicicletta (come ho fatto io questa volta) durante la bella stagione. Il primo tratto del mio percorso è sulla Lunga Via delle Dolomiti, la stupenda pista ciclabile che collega Calalzo a Cortina d’Ampezzo e che porta poi a Dobbiaco in Val Pusteria: la consiglio a tutti, anche ad anziani e alle famiglie con bambini, perché non solo offre scorci incantevoli, ma è anche semplice e priva di pericoli. La pista ciclabile sfrutta il percorso della vecchia ferrovia Calalzo-Cortina, come testimoniano le gallerie scavate nella roccia della montagna e le graziosissime stazioncine che si incontrano ad ogni paese, restaurate e coloratissime.

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Giunto a Valle di Cadore inizio a salire sulla strada asfaltata seguendo le indicazioni per il Rifugio Costapiana. La salita è piacevole, la pendenza abbastanza costante. Se siete pigri o non sufficientemente allenati potete percorrere questo tratto anche in auto, risparmiando un bel po’ di salita e di fatica. I tornanti si susseguono e si arrampicano sulla montagna, uno dopo l’altro, mentre il sudore che mi scende sulle tempie e sulla schiena mi fa sentire vivo.

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Ad un chilometro dal Rifugio Costapiana la strada diviene sterrata e così sblocco l’ammortizzatore della mia bicicletta, che ora segue fedelmente ogni buca, ogni pietra, ogni asperità, tenendo la ruota incollata al terreno.

Faccio una breve sosta al Rifugio Costapiana, gestito dal simpaticissimo e cordiale Fiorello Gei e da sua moglie, grande cuoca. Consiglio a tutti di venire qui per degustare le specialità cadorine di fronte ad un panorama mozzafiato sulle montagne più belle del mondo.

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Riprendo a salire sulla sterrata che ora diviene più ripida e più sconnessa. La fatica si fa sentire e devo fermarmi di tanto in tanto a riprendere fiato. La strada è ormai diventata un sentierino stretto stretto e le ruote della mia bicicletta iniziano veramente ad arrancare.

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Mi fermo e guardo in basso, vedo la strada percorsa e in lontananza la chiesa di Valle di Cadore e provo una gran soddisfazione.

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Ormai manca poco e con i polmoni infuocati e le gambe doloranti spingo gli ultimi metri fino alla chiesetta di San Dionisio che mi accoglie con i suoi muri bianchi che si stagliano sull’azzurro del cielo.

  

  

Qui potete vedere il tracciato completo dell’escursione, mentre qui sotto vi lascio qualche link per approfondire:
San Dionisio
Antica Strada Regia
Battaglia di Rusecco
La lunga via delle Dolomiti

Il pescatore

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Andrea:

Ho scritto questo racconto per il blog Mimettoingioco. La sfida consisteva nello scrivere una storia breve (massimo 3600 caratteri, spazi compresi) sul tema della rete o della diversità, senza usare aggettivi qualificativi e cercando di limitare al massimo gli altri tipi di aggettivo (numerali, possessivi, dimostrativi, ecc.). Inizialmente credevo che non fosse possibile e che comunque il risultato sarebbe stato un racconto “insipido”, vista la mia abitudine ad infarcire abbondantemente i miei articoli con aggettivi di tutti i tipi. Invece ho scoperto, con mia grande sorpresa, che la cosa non solo è possibile, ma l’effetto è addirittura gradevole: il testo scorre maggiormente ed è piu “pulito”, senza rinunciare alle immagini e alle sensazioni forti, a parte qualche giro di parole di tanto in tanto per aggirare quegli aggettivi che sarebbero proprio necessari. Ma lascio giudicare a voi il risultato, fatemi sapere cosa ne pensate.

P.S. Andate a vedere su Mimettoingioco e provate a leggere anche gli altri racconti, ce ne sono di veramente molto belli. A me è piaciuto moltissimo Francy, che in modo diverso tocca lo stesso tema che ho affrontato io nel mio post precedente (Alzate quella testa!)

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La cameriera posa il bicchiere di ouzo sul tavolino. Il profumo delle mezedes e le note della tzouras escono assieme dalla taverna e si spandono nell’aria intrecciandosi e stuzzicandomi i sensi. Non posso fermare il tempo, ma fissare l’istante nella mente, almeno questo, lo posso fare. Poso lo sguardo sulla rete da pesca e sulle mani dell’uomo che sapientemente la sta svolgendo sul molo. Ho sempre amato osservare i pescatori al lavoro e qui, con il sole che si tuffa nello Ionio, con il mio ouzo da allungare con l’acqua, la luce del tramonto che inonda la baia come una marea, mi sembra di essere in una tela di Bokoros.

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Alzate quella testa!

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Una mamma spinge un passeggino e intanto manda un messaggio via whatsapp, poi fa una foto al suo bambino, la posta su Facebook e mette dodici like di fila sui post delle sue amiche. Un signore elegante che porta il suo cane a passeggio incontra un altro signore con cane: i due animali scodinzolano e si annusano reciprocamente mentre i signori rispettosamente si ignorano e guardano gli schermi colorati dei loro telefonini. Una fila di ragazzi, seduti uno di fianco all’altro sui gradini di una chiesa, stanno a testa bassa ipnotizzati mentre giocano ad Angry Birds e ascoltano musica. All’interno di un pub un gruppo di amici non più giovanissimi siedono davanti a una birra ma non parlano tra di loro: picchiano vorticosamente le dita sui loro schermi touch, mente a un altro tavolo delle studentesse si fanno un selfie e lo postano immediatamente chissà dove.

Mi sembra di vivere in un film di fantascienza (o dovrei dire dell’orrore?) dove tutti gli abitanti del mondo sono controllati da un’intelligenza aliena che li costringe a dipendere da un oggetto elettronico. Svolto un angolo e vedo due signore anziane ferme sull’uscio di un negozio che chiacchierano amabilmente: altra generazione, altre abitudini, altro modo di essere social, uno stile purtroppo in via di estinzione.

Insomma, il mondo è diventato questo? Gente silenziosa che cammina a testa bassa per la strada? Persone che comunicano solo attraverso un oggetto? Intermediazione elettronica? Feticismo digitale imperante? Fin qui abbiamo detto della gente per la strada, ma in autobus o in treno forse è anche peggio: tutti a capo chino a guardare il proprio cellulare! Nei ristoranti, a scuola, nei posti di lavoro: tutti con quel dannato strumento in mano.

Ho pensato di andare controcorrente e di provare a suggerire, a quanti se lo fossero dimenticato, che mentre camminano per la strada a testa bassa guardando gli schermi dei propri smatphone, attorno a loro c’è il mondo reale, quello fatto di pietra, mattoni, legno, erba, esseri in carne ed ossa e non di pixel. Ecco allora un piccolo elenco – presentato in forma scherzosa (ma neanche tanto) – di 7 cose alternative che si possono fare quando si cammina da soli per la strada o si viaggia sull’autobus o in treno. Per il resto, quando siete a lavoro: lavorate! Quando siete al ristorante: mangiate! Quando siete in famiglia: famigliate!

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Sugli alti Colli di Teolo

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I Colli Euganei sono un angolo meraviglioso del Veneto. Antichi e nobili vulcani sono oggi ridotti a dolci colline la cui sagoma conica ben visibile da lontano si erge sulla pianura padovana. Molti di voi conosceranno la fama delle Terme di Abano e Montegrotto, altri le opere di Tito Livio, Petrarca, Foscolo e Byron, altri ancora conosceranno le splendide architetture dell’Abazia di Praglia o del Palladio o avranno degustato i deliziosi bianchi Fior d’Arancio e Serprino. Tutto ciò è accomunato da questa terra ricca di storia, bellezza e risorse naturali, per la cui tutela è stato istituito un parco regionale. Tra questi colli ricoperti di querce e castagni, di vigneti e ulivi, è possibile anche fare bellissime escursioni a piedi e in bicicletta e come avrete già capito io amo questa zona soprattutto per questa possibilità che offre agli amanti della natura e della vita all’aria aperta. Oggi allora vi racconto di un bellissimo giro nei dintorni di Teolo che ho percorso sabato 7 marzo con la mia fedele mtb. Qui sotto potete vedere il tracciato completo su Google Earth: 27 chilometri di sviluppo e 900 metri di dislivello totali, con l’ascesa su due delle cime principali della zona: il Monte Grande e il Monte della Madonna. Itinerario Il punto di partenza è il paese di Bresseo, dove lascio l’auto nell’ampio parcheggio di fronte alla seicentesca Villa Cavalli Lugli. WP_20150307_013 Da qui si inizia a pedalare lungo la strada asfaltata pianeggiante per qualche chilometro, in modo da scaldare i muscoli e iniziare a far circolare il sangue prima che inizino le salite. Continuando a pedalare verso Rovolon, presto la strada inizia a salire e, superato qualche tornante e svoltato in direzione Teolo, poco prima dell’azienda Alle Querce si incontra sulla destra una sterrata con indicazione “Transeuganea” che porta fino in cima al Monte Grande. La salita è piacevole, non troppo ripida, il fondo è discreto, in alcuni punti un po’ mosso ma sempre ben pedalabile. Continua a leggere

Finché siamo ancora in tempo

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Mi svegliai di soprassalto. Sentivo dei piccoli rumori provenire dal tetto. Non capivo se erano dovuti allo scricchiolio del legno, al ticchettio di una pioggia leggera o al soffice posarsi della neve sulla lamiera. Guardai l’orologio sul comodino, erano le tre. Tesi le orecchie e trattenni il respiro per sentire meglio, ma non riuscivo a capire l’origine di quei rumori. Mi alzai piano per non svegliare Daniela che dormiva profondamente e andai in bagno. Dall’abbaino filtrava una luce lattiginosa, la luna piena splendeva radiosa in cielo. Lo scricchiolio era aumentato, ora era un crepitio leggero ma continuo, come se tanti folletti stessero danzando sul tetto della nostra baita. Mistero. Ormai non avevo più sonno, anzi mi sentivo stranamente carico di energia e niente affatto innervosito, come invece pensai che avrei dovuto sentirmi in quella circostanza. Decisi allora di uscire a fumare una sigaretta. Mi misi addosso un giaccone pesante e andai a sedermi sul patio. Fuori l’aria era gelida, ma non c’era vento e mi sentivo bene: amo il freddo, mi dà una sensazione di pulizia, di ordine. Da dove ero seduto non vedevo la luna, che splendeva proprio sopra il tetto della baita e gettava una luce argentea sulla foresta, facendo brillare le cime degli abeti come le punte di tante baionette. Perché mi vennero in mente le baionette? Iniziai a pensare alla guerra, alle notti in trincea, al silenzio che prelude alla battaglia. Crepitio di mitragliatrici, urla di fanti che si lanciano all’assalto, esplosione di mine, corpi morenti appesi al filo spinato. Scossi la testa con forza per scacciare quelle immagini cupe, non so perché avevo pensato alla guerra. In fin dei conti non ho mai combattuto, non ho nemmeno svolto il servizio militare, ho soltanto udito i racconti di mio nonno, che di guerre ne aveva vissute ben due. Sarà stata l’atmosfera inquieta di quella notte a causare quei cupi pensieri? C’era qualcosa di innaturale nell’aria, qualcosa che sapeva di morte, di minaccia che incombe. O forse la colpa di tutte quelle sensazioni era soltanto la cena della sera prima? Pensai che avevo sempre avuto difficoltà a digerire il frico e quello che avevamo mangiato a cena era particolarmente ricco, con molte patate e molta, moltissima cipolla. Fuori dalla baita gli scricchiolii che mi avevano svegliato non si udivano più, in compenso mille altri rumori appena percettibili riempivano l’aria notturna. Le chiome degli abeti riflettevano il chiarore lunare ondeggiando leggermente ed un mormorio costante di fronde danzanti si spandeva tutto attorno. Eppure non vi era vento o almeno non lo sentivo da dove stavo seduto, sul patio di fronte alla baita. Mi alzai e mi mossi al centro del prato antistante il bosco, ma anche da lì il vento non si sentiva. È molto strano, pensai mentre con un’energica boccata aspiravo le ultime esalazioni di nicotina dalla mia sigaretta. Camminando lentamente feci un giro attorno alla casa e andai alla fine del prato dove si apre un ampio panorama sulla valle sottostante. Le luci dei paesi lontani erano quasi tutte accese, come se dentro ad ogni abitazione le famiglie si fossero svegliate e si affaccendassero nelle ordinarie questioni diurne. Sempre più strano, pensai, sono tutti svegli alle tre e mezza. Continua a leggere

A tutte le donne

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Questa immagine è di Jebulon ed è rilasciata sotto la GNU Free Documentation License

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Dedicato alle donne, a tutte quante, alle giovani e alle anziane perché vecchio non si dice più a nessuno, ma dedicato pure a loro. A quelle grasse e a quelle magre, alle belle e alle brutte, alle alte e alle basse, alle donne che studiano, a quelle che lavorano e alle casalinghe che lavorano anche di più. Dedicato alle mamme, perché “mamma” è la parola più bella del mondo e perché dare la vita è il mistero più grande e la gioia più immensa che si può provare e noi uomini non la proveremo mai. Dedicato alle nonne e alle zie, alle sorelle, alle mogli, alle suocere, alle nuore, alle cognate e alle cugine che riempiono e rallegrano la nostra vita. Dedicato alle maestre, alle dottoresse, alle infermiere, alle avvocatesse e a tutte quelle che fanno qualcosa per gli altri. Dedicato anche alle prostitute, che sono donne come le altre e non vanno giudicate. Dedicato alle donne dolci, a quelle acide e a quelle che l’amaro ce l’hanno in bocca. Dedicato alle donne che aspettano l’amore perché non l’hanno mai provato e lo sognano teneramente, ma dedicato anche a quelle che l’amore l’hanno conosciuto e sono felici e a quelle che l’amore le ha deluse e non vogliono più saperne. Dedicato alle donne che hanno perso qualcuno, perché le donne sanno sempre rialzarsi dopo una caduta. Dedicato alle donne che amano le donne, perché anche loro sono donne e meritano tutto il nostro rispetto e anche di più. Dedicato a quelle che sono malate e stanno lottando, perché ce la facciano per loro stesse e per noi che abbiamo bisogno di loro. Dedicato alle donne che hanno sbagliato, perché a tutto c’è rimedio, ma se hanno commesso qualcosa di imperdonabile dedicato anche a loro affinché capiscano il loro errore e trovino la pace. Dedicato alle donne maltrattate e a quelle tradite perché trovino la forza di reagire, dedicato anche a quelle che tradiscono, perché capiscano che ingannare chi ti ama è il peggior delitto che si può commettere. Dedicato alle donne che scrivono, a quelle che leggono, a quelle che suonano e quelle che dipingono; dedicato alle artiste, perché l’arte è creazione di bellezza e le donne la bellezza ce l’hanno dentro e la emanano in ogni cosa che fanno. Dedicato alle donne che cercano di imitare gli uomini, perché si rendano conto che non è questa la strada giusta e capiscano che la natura femminile è meravigliosa e non vi si deve rinunciare per avere successo. Dedicato oggi, domani, quest’anno, tutta la vita. Perché il rispetto, l’amore e la considerazione non finiscano stasera, ma durino sempre, com’è giusto che sia, come deve essere secondo natura.

Rifugio Dino e Giovanni Chiggiato, dove volano le aquile

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Inverno con poca neve e poco freddo. Bisogna salire molto in alto per ritrovare quella poesia di distese bianche, romantiche, ovattate, circondate da montagne coperte di neve soffice. Nelle valli il paesaggio è brullo, tardo autunnale, un po’ sofferente e malinconico, ma pur sempre affascinante.

Inizia così, sabato 28 febbraio, l’escursione al Rifugio Chiggiato. Dall’abitato di Calalzo di Cadore imbocco la strada che si addentra nella chiusa e poetica Val d’Oten, parcheggio l’auto presso la chiesetta della Vergine di Caravaggio, a quota 823 metri, e mi incammino seguendo il segnavia n. 261.

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Il rifugio è posto a 1911 metri, quindi il dislivello complessivo è di circa 1100 metri, ma niente paura: i più pigri e meno allenati potranno raggiungere il rifugio, in estate, con minore fatica, salendo in auto fino alla località “La Stua” (1200 metri circa) e riducendo così i tempi e lo sforzo. Durante l’inverno però la strada è chiusa e quindi gambe in spalla, sarà più bello conquistare la meta.

Inverno con poca neve dicevo, ma in compenso di ghiaccio ce n’è in abbondanza. La strada asfaltata è un’unica lastra compatta e scivolosissima, tanto che devo calzare i ramponcini per poter stare in piedi. Lungo il primo tratto di percorso non mancano alcuni scorci pittoreschi, come questa cascatella ghiacciata.

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Daniza e M2

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Andrea:

Pubblico anche qui questo racconto che ho scritto su http://mimettoingioco.wordpress.com. Il tema proposto per gli aspiranti narratori era “l’incontro” ed io ho pensato di romanzare una storia realmente accaduta, un incontro “diverso” tra due protagonisti speciali, di cui avevo già trattato su Pensieri sotto la neve. Ma non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa. Fatemi sapere cosa ne pensate.
Buona lettura.

Originally posted on :

Non si erano ancora incontrati, ma Lei sapeva già che Lui sarebbe divenuto il padre dei suoi figli. Lui invece, da buon maschio interessato principalmente alla diffusione del seme, sapeva che con Lei sarebbe stata una scopata memorabile. Difficile, con questi presupposti, immaginare la bella storia d’amore che sarebbe nata dal loro incontro, invece…

Daniza era nata in Slovenia 19 anni fa, ma viveva in Trentino dal 2000 e ormai quella era la sua casa. Ne amava le foreste, gli spazi infiniti, le valli solcate dai limpidi e scintillanti torrenti, le grandi montagne dalle pareti strapiombanti che si ergono imponenti sopra i boschi di abeti, le gelide cascate sotto le quali talvolta amava bagnarsi. Si sentiva libera e lo era veramente, libera come non era mai stata, padrona del proprio destino, felice semplicemente di essere, di respirare, di vivere.

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