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Come avevo anticipato la scorsa settimana, con il dovuto rispetto e consapevole che mi sto rivolgendo a una persona molto più esperta e preparata di me, mi permetto di dare qualche suggerimento a Diego Piacentini, neo Commissario per l’Agenda Digitale nazionale, accompagnando queste proposte con un grosso in bocca al lupo, perchè la sfida è veramente titanica.

 

La P.A. è informatizzata da molti anni, che cosa non ha funzionato?

Piacentini dice che gli errori sono ammessi. Sbagliare è umano, ineccepibile. Però mi permetto di dare questo consiglio: cerchiamo di fare errori nuovi, evitando di ripetere quelli già fatti in passato. P.A. digitale: non stiamo parlando di un settore arretrato. Negli ultimi decenni sono stati fatti investimenti rilevanti in tecnologia e progetti. Allora dobbiamo chiederci: perché i risultati non sono quelli che tutti noi vorremmo vedere? Perché i procedimenti non sono immediatamente accessibili e facilmente attivabili online? Perchè c’è ancora tanta burocrazia?

La firma digitale, strumento indispensabile per instaurare un dialogo completamente digitale con la P.A., è stata introdotta nella nostra legislazione nel lontanissimo 1997, una sorta di età paleolitica nella storia dell’informatica, basti pensare che nello stesso anno nasceva Google, mentre Facebook ancora non esisteva. Nel frattempo Google e Facebook hanno conquistato il mondo e cambiato il nostro modo di vivere e di pensare, mentre la firma digitale è ancora uno strumento poco utilizzato.

Piacentini giustamente menziona lo SPID come una sorta di rivoluzione per l’accesso ai servizi, ma non dobbiamo dimenticare che la carta d’identità elettronica e la carta nazionale dei servizi (ancora validi per la Legge italiana) risalgono al secolo scorso e non sono mai veramente decollate. Perchè? Come fare in modo che anche SPID non segua la stessa triste parabola?

Il Codice dell’Amministrazione Digitale è del 2005 ed è stato più volte modificato e integrato, anche in modo pesante, ma i principi fondamentali che stanno alla base del Codice attendono ancora di essere pienamente attuati.

Dovrà iniziare da qui Commissario, capire quali sono i freni, gli ostacoli, cosa impedisce alla P.A. di decollare e di trasformarsi veramente. A mio avviso questi problemi sono facili da individuare, ma difficili da risolvere.

Andiamo avanti.

 

Attenzione a non pensare che il problema sia solo tecnologico

Piacentini punta a costituire un Team per la trasformazione digitale, costituito da tecnici “con esperienze professionali in Ingegneria, Informatica, Big Data, Matematica, Statistica, Machine Learning, Software open source, Sicurezza, Product Design e User Experience, Sviluppo Applicazioni Mobile, Software Architecture e Relazioni Sviluppatori“.

Fichissimo!

Però attenzione, non trascuriamo gli aspetti normativi, organizzativi, culturali e (persino) psicologici. Il vero cambiamento non può non considerare attentamente anche questi fattori. Prima di tutto, mi permetto, semplifichiamo le norme. Le Leggi italiane, ormai anche nel campo del digitale, sono troppe, troppo complesse, a volte ambigue quando non addirittura in contraddizione tra di loro. Qualche esempio? Che ne dite della cookie law? Quel simpatico provvedimento del Garante Privacy che ha fatto si che persino nei nostri innocui blog si debba mettere un banner che avverte il visitatore sull’utilizzo dei cookie? Qualcuno sa dire a cosa serve? Se in tutti i siti ormai campeggiano informativa e, per non sbagliare, anche il banner, qual è il beneficio per il navigante che ormai clicca automaticamente su tutti i tasti “OK”, “Accetto”, ecc.?

E che dire delle diverse tipologie di firma elettronica e di posta elettronica certificata? Provate a chiedere a una piccola impresa o a un professionista, obbligati a dotarsi di questi strumenti di cui ignorano tutte le implicazioni. C’è poi il tema della conservazione digitale dei documenti, che nessuno applica o applica in modo parziale, disomogeneo e frammentario. Pensate ad un piccolo Comune, dove spesso l’esperto ICT è il vigile urbano o il geometra dell’ufficio tecnico, che si trova a dover applicare i provvedimenti che ormai in modo compulsivo i vari Governi adottano per “dare una svolta” al Paese, incasinandolo invece sempre di più. Il tutto ogni volta con scadenze, responsabilità e sanzioni che il più delle volte restano inapplicate.

Piacentini, lei che capisce, per favore lo dica anche a Renzi: meno Leggi, ma chiare, certe e tanta comunicazione e formazione per favorirne l’applicazione.

 

Il male sono i burocrati, non la burocrazia

La burocrazia è un effetto, non la causa. All’origine della burocrazia, come dicevo prima, c’è un sistema di Leggi troppo complicato. Di fronte alla complessità, all’ambiguità e all’instabilità delle norme, chi le deve applicare cerca in qualche modo di tutelarsi e difendersi, è umano. Per eliminare la burocrazia ottusa e inutile, anzi dannosa, bisogna ridurre e semplificare le Leggi, renderle meno interpretabili, meno ambigue.

Ma esistono anche coloro che sono burocrati dentro, che non conoscono il buon senso o, peggio, puntano addirittura a complicare le cose per giustificare la propria esistenza. Questa è la burocrazia che va sradicata, anche se individuarla non è facile perchè si annida ovunque e spesso ha radici robuste e legate a filo doppio con la politica.

Di questo credo che Piacentini sia ben consapevole. Cito da suo “Nota bene” in calce al suo post del 20 settembre:

Troveremo anche molte norme e regole complicate, talvolta incomprensibili; dovremo imparare a gestire con intelligenza la burocrazia. Molti ci diranno: “non capite come funziona la pubblica amministrazione”, “ci hanno già provato in tanti e hanno fallito”, “in Italia non funziona così!”

Riceveremo molte critiche. Alcuni commenti saranno sinceri e utili, altri saranno cinici e preconcetti. Le critiche del primo tipo arriveranno da persone che vogliono offrire realmente e con spontaneità il loro contributo, quelle del secondo tipo da coloro che vogliono difendere lo status quo o che vedono il bicchiere sempre “mezzo vuoto” o che, più semplicemente, si sono rassegnate all’impotenza.

 

Innovare a colpi di decreto o creare una cultura condivisa?

L’età media nella P.A. è elevata, questo significa che i suoi funzionari da una parte sono poco propensi al cambiamento, ma dall’altra ne hanno già viste tante e soprattutto sono abituati ad assistere a continui e vorticosi cambi di rotta fatti da questo e da quel Governo, che ogni volta propaganda la sua come la vera svolta e la panacea di tutti i mali. Serve una strategia stabile e, una volta che il disegno è chiaro, agire su questo digital divide interno alla P.A., guidando, accompagnando, seguendo e accudendo i civil servants affinchè applichino (e si applichino) l’amministrazione digitale senza paura di sbagliare.

Dopo i tempi del federalismo assistiamo ad un ritorno al centralismo: banche dati e piattaforme uniche nazionali, chiusura delle Province, guerra alle Regioni.

Federalismo o centralismo? E se la scelta giusta fosse a metà strada? L’informatica non è democratica. L’informatica funziona bene quando i processi obbediscono a regole certe , stabili, rigorose e queste possono e devono essere definite al centro, uguali per tutti. Quindi ben venga la fatturazione elettronica, lo SPID, PagoPA e tutte le altre piattaforme centralizzate. Ma per far si che queste si diffondano, per dispiegarle sul territorio in modo capillare, pervasivo e omogeneo, serve l’aiuto di tutti e il contributo di chi gestisce la pubblica amministrazione fino alla periferia del più piccolo Comune italiano. In un essere vivente il cervello governa il funzionamento dell’intero organismo, ma necessita del contributo di tutti gli organi e di tutti i sistemi di comunicazione, fino al più sottile capillare. Allo stesso modo il Governo nazionale non può pensare di cambiare la P.A. a colpi di decreto legge, ma deve farsi aiutare dalle Regioni, da ciò che resta delle Province e dai Comuni e questi ultimi devono capire che gli ordini arrivano dal centro e non ci si può mettere ogni volta a discutere. Keep calm e rimbocchiamoci le maniche, c’è lavoro per tutti: a Roma, a Palermo e a Pedesina.

 

Più coordinamento, più chiaro

La P.A. italiana è costituita da una molteplicità enorme di enti, ciascuno dei quali riferisce a centri di potere diversi: le scuole all’Istruzione, le forze dell’ordine all’Interno, le forze armate alla Difesa, i tribunali alla Giustizia, gli ospedali alle Regioni e queste ultime alla Sanità…

E per l’informatica? Tutti fanno riferimento ad Agid? E Agid come si relaziona ai vari Ministeri? E la funzione Pubblica che ruolo ha? E il Garante? E’ necessario coordinare tutti questi attori, oggi si assiste ad un proliferare di tavoli, gruppi di lavoro, commissioni, comitati… Bisogna tenere conto che spesso le persone che devono partecipare a tutti questi tavoli sono sempre le stesse e non riescono a star dietro a tutti questi impegni, visto che tra l’altro devono anche far funzionare i sistemi informativi del proprio ente…

 

Concludendo

Si è preso una bella gatta da pelare caro Piacentini, ma ammiro il suo coraggio e lo spirito con cui sta affrontando l’impresa e quindi le auguro con tutto il cuore buon lavoro.

Nell’intervista che ha rilasciato a Repubblica mi ha colpito la parte conclusiva:

Momenti di pentimento in queste prime settimane romane?
Piacentini si toglie gli occhiali e strizza gli occhi da miope, ci pensa un po’ e sospira: “A Seattle mi sarei sicuramente divertito a inventare cose nuove, ma un giorno mi sarei guardato allo specchio e avrei detto: “Ma perché non ci ho provato?”. Meglio correre il rischio di non farcela che rimpiangere di non aver avuto il coraggio”.

Bravo, così si ragiona. Karma Yoga!

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