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Avete mai provato l’emozione di essere soli in uno spazio immenso? Di avere un’intera vallata tutta per voi e nessuno nel raggio di chilometri e chilometri? Davanti a voi, ovunque posiate lo sguardo, solo neve, boschi, montagne e impronte di animali.  E’ quello che ho provato sabato scorso, 20 febbraio, andando a ciaspolare in Val Digon.

La Val Digon è una valle chiusa, situata in Comelico tra Santo Stefano di Cadore e Padola. Dopo San Nicolò Comelico, nella frazione di Sega Digon, in prossimità di uno stretto tornante si stacca una stradina che si addentra nella valle. E’ un luogo molto tranquillo anche in piena estate e si possono fare bellissime passeggiate in mezzo alla natura senza dover assistere all’interminabile sfilata di moda sui sentieri di Cortina e dintorni. Ma se in estate il luogo è tranquillo potete immaginarvelo in inverno: la strada è percorribile in auto solo fino ad un certo punto, poi bisogna proseguire a piedi. Se siete fortunati il gatto avrà battuto la strada almeno nel tratto di fondovalle, altrimenti… ciaspe ai piedi e via.

Quando parto da casa la giornata si preannuncia stupenda e i primi raggi di sole tingono di rosa le creste del Bosconero.

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Arrivato a Sega Digon vedo che la strada è stata pulita dopo le recenti nevicate ed è percorribile con un po’ di attenzione fino a ben oltre la chiesetta dedicata ai caduti di Cima Vallona. Proseguo in auto fin dove posso, ma a quota 1400 mi devo fermare. Per fortuna lo spazzaneve ha creato un po’ di spazio dove parcheggiare. Da qui la strada prosegue lungo il fondovalle per diversi chilometri in direzione di Malga Pianformaggio e vedo che il gatto delle nevi l’ha ben battuta, in modo da creare un bel percorso per chi vuole godersi una salutare passeggiata nella natura.

Fa freddo (-7°C), sono completamente in ombra e cammino nel bosco incassato nello stretto corso del torrente Digon, ma le prime creste innevate si stagliano sopra il limite degli alberi, candide come immense ali angeliche che si librano nell’azzuro.

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Il torrente Digon scorre sotto la neve, il suo gorgoglìo riempie il silenzio che regna nella valle in queste prime ore del mattino.

Continuo a camminare, per ora le ciaspe non servono, il gatto ha fatto bene il suo lavoro e la neve è compatta e dura sotto gli scarponi. Al ritorno terrò le ciaspe indossate, con l’alzarsi della temperatura la neve sarà più soffice e le racchette torneranno utili.

Arrivo al primo bivio, in località Pian della Mola: la strada principale prosegue verso la testata della valle e Malga Pianformaggio, ma io imbocco il sentiero di destra (segnavia 144)  che inizia a salire vero Malga Melin. Il bianco e il blu iniziano a prendere il sopravvento sull’oscurità.

Attorno a me il silenzio è totale, il torrente non scorre più al mio fianco, solo il vento e qualche cascatella di neve polverosa dagli alberi di tanto in tanto riempiono l’aria con un suono leggero. Ovunque migliaia di impronte testimoniano la ricchezza di fauna: lepri, camosci, volpi hanno disegnato indecifrabili traiettorie che la neve fotografa e trattiene nella sua memoria.

Arrivo a Malga Melin, il panorama si apre, davanti a me si stende un magnifico pianoro dominato dalle Crode dei Longerin. Qui in estate si può arrivare in auto, Malga Melin è un grazioso agriturismo dove potete assaporare piatti deliziosi e acquistare i prodotti caseari della malga, ma ora tutto tace, la struttura è chiusa e la natura è sovrana. Devo indossare le ciaspe, da qui il sentiero è completamente sepolto sotto la neve e non vi è più alcuna traccia da seguire.

Come dicevo indosso le ciaspe, davanti a me una distesa bianca, uniforme, nessuna traccia, nessun sentiero, solo impronte di animali qua e là. Tiro fuori la cartina, la mitica Tabacco, la oriento e cerco di indovinare dove si nasconde il sentiero: avanti verso il bosco, poi una curva a sinistra e taglio del pendio fino al letto del torrente, poi una curva a destra per entrare nel bosco. Che emozione cercare il percorso celato sotto un metro di neve. Mi giro e guardo le mie impronte appena scavate dalle ciaspe sulla neve fresca.

Davanti a me solo una bianca distesa, punteggiata qui e là dalle impronte di qualche animale. Che bello avanzare nel silenzio totale e sentire il rumore della ciaspola che rompe la crosta supeficiale di neve dura e poi sprofonda di venti, trenta centimetri nella neve che sotto è più soffice, poi si solleva lasciando un’impronta netta, squadrata. Nel bosco il manto di neve è protetto dal vento e quindi non forma una crosta dura sulla superficie, qui la bianca trapunta di neve è soffice, polverosa, leggera e sotto il mio passo pesante piccoli sbuffi di neve fanno capriole nell’aria.

Continuo a salire, la mia meta è il Passo Palombino, tra l’omonima cima e le Crode dei Longerin. Riuscirò ad arrivare? Il bollettino nivometeo ha preannunciato un rischio marcato di slavine, ma il mio percorso dovrebbe essere abbastanza sicuro. Qui se succede qualcosa te la devi cavare da solo, non c’è nessuno e il cellulare è completamente muto.

Eccole le Crode dei Longerin: vette aguzze e taglienti come coltelli slanciate verso il cielo dominano la Val Digon come antichi guardiani silenziosi.

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Sono giunto sul tratto finale, il più ripido, che supero disegnando una traiettoria a zig zag. Una roccia solitaria in mezzo alla neve, a metà della salita, se ne sta lì come un moai a guardare la valle sottostante, l’atmosfera è magica, in fondo la cresta del Monte Spina, più indietro le Dolomiti di Sesto, la Croda Rossa, i Tre Scarperi, sono circondato dai giganti della terra.

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E infine raggiungo il Passo. Mi porto su un punto più elevato per ammirare meglio le meraviglie che mi circondano: la Val Digon sotto di me, il Col Quaternà, Cima Palombino, le Crode dei Longerin che mi semba quasi di poter toccare, la Val Visdende sull’altro versante, dove regna un altro nobile re: il colosso granitico del Monte Peralba.

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Val Digon

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Palombino

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Crode dei Longerin

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Crode dei Longerin

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Val Visdende e Peralba

 

Soffia un vento molto forte e molto freddo, si fa fatica a stare in piedi, ma voglio fermarmi qui a mangiare qualcosa, è troppo bello il panorama, troppo bella la sensazione di libertà, di pace, di comunione con il Tutto. Così mi acquatto in un avvallamento tra i pini mughi coperti di neve, tiro fuori i miei panini, il mio tè bello caldo, l’acqua e consumo il mio pranzo in paradiso.

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Mentre mangio i miei panini con formaggio gran baita e speck penso che un posto così bello deve vederlo anche Silvia, mia moglie, e così la chiamo.

– Pronto?

– Amore sono io, senti qui è così bello… Mettiti d’accordo con tua mamma, ci pensa lei a Dario e tu vieni su stasera. Domattina torniamo qui assieme, vedessi che meraviglia…

– Va bene, lo faccio subito.

Ecco quel che mi piace della mia compagna di vita: è sempre pronta, non teme le novità, le soprese, ha l’entusiasmo dei bambini. Anche per questo l’ho sposata.

Vi lascio la mappa dell’itinerario, qualora voleste visitare anche voi questi luoghi stupendi.

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