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Quest’inverno non ero ancora riuscito a fare una bella uscita sulla neve, fino a capodanno solo escursioni a piedi o in bicicletta su aridi sentieri, circondato da prati giallognoli e boschi rinsecchiti, inoltre una fastidiosa tendinite mi aveva costretto a ridurre di numero e intensità ogni attività.

Sabato 23 gennaio è una splendida giornata e si presenta l’occasione per una bella ciaspolata. Purtroppo a causa di un inconveniente posso uscire solo nel pomeriggio: poco male, mi dico, con il sole basso l’atmosfera e i colori saranno più magici. La meta è Forcella Giau: una sella a 2400 metri, sotto le pareti strapiombanti della Croda da Lago, da cui si ammira un panorama pazzesco, ma questo lo giudicherete voi tra poco.

Parcheggiata l’auto poco prima di un tornante sulla strada che porta a Passo Giau, imbocco il sentiero segnavia 436. Con la neve non si vede alcuna indicazione, solo le tracce di altri escursionisti e scialpinisti che stanno lì a testimoniare il passaggio di altri silenziosi amanti della natura.

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Ben presto dietro di me la strada diviene un filo sottile che guasta impercettibilmente il panorama, mentre davanti a me il solco scavato da chi mi ha preceduto serpeggia nella valle e mi indica la strada.

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Attorno a me non c’è anima viva, nessun rumore a parte il sibilo del vento e lo scricchiolio delle mie ciaspe sulla neve dura. Era da tanto che non provavo queste emozioni, mi erano mancate, mi sento libero e felice. Silvia e Dario sono rimasti a casa, ma mi riprometto di portare anche loro appena possibile in questo paradiso.

Davanti a me si intravede ora la meta, mentre a destra e a sinistra i silenziosi guardiani della valle sorvegliano il mio avanzare.

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Il vento sferzante inizia a dare fastidio: la temperatura è di poco inferiore allo zero, ma con questo vento sembra molto, molto più bassa. L’ultimo tratto che porta in forcella è ripido e mi rendo conto che con molta più neve questo imbuto sarebbe il luogo perfetto per delle poderose slavine. Fortunatamente la neve è poca e l’esposizione settentrionale e la temperatura bassa minimizzano il rischio. Ciò che conta è non scivolare in quest’ultimo tratto, l’unico che presenta qualche difficoltà.

Quando arrivo in cima vengo premiato dalla stupenda visione del Monte Pelmo, il Caregon del Padreterno, che solitario innanzi a me domina il paesaggio e si erge come un colosso marmoreo sopra il pianoro di Mondeval. Attorno a lui, umili cortigiani che rendono omaggio alla sua maestosità, i Lastoni di Formin e, più defilato in fondo a sinistra, l’inconfondibile piramide del Duranno.

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Nonostante il vento mi frusti il viso e mi faccia rabbrividire non riesco a staccare lo sguardo da tanta bellezza. Sono solo in mezzo a questa meraviglia e mi sento tutt’uno con essa. Non trovo parole migliori per esprimere quello che provo, credo che “sentirsi tutt’uno” sia ciò che più si avvicina alle mie sensazioni. Dietro di me il panorama è forse ancor più grandioso: Tofane, Cinque Torri, Lagazuoi, Nuvolau e più lontani Sella e Marmolada.

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Trovo un riparo dal vento, un grande masso staccatosi millenni or sono dalla Croda da Lago, dietro il quale posso sedermi e sorseggiare con calma il tè bollente che ho portato nello zaino. Poche emozioni mi riempiono in questo modo e così me ne sto per un po’ a meditare, davanti alla maestà del Pelmo, ai prati innevati di Mondeval, con il calore del tè  che scende nella gola e pian piano si irradia nel resto del corpo.

Il sole sta scendendo e i colori diventano più caldi. Sopra di me la Croda da Lago incombe, come una madre che dolcemente dice a suo figlio: stai tranquillo ci sono io qui con te.

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