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Terroristi

Davanti all’orrore di venerdì 13, di fronte alla violenza cieca, gratuita, immotivata, brutale, si rimane sgomenti e senza parole. La tentazione è quella di liquidare tutto etichettandolo come follia, fanatismo religioso e voltare pagina, dimenticare. Invece dobbiamo riflettere e prima di ragionare sulle azioni da intraprendere, prima di lanciarci in invettive e proclami, dobbiamo indagare sulle cause, dobbiamo chiederci perché.

Possiamo stare tutto il tempo che vogliamo a commentare i fatti, analizzando l’accaduto da ogni prospettiva, valutando età e provenienza degli attentatori, tecniche utilizzate, ascoltando testimonianze, contando attacchi e vittime in ogni parte del mondo, ma la domanda fondamentale è e sarà sempre: perché? Quando sai il perché delle cose in molti casi hai trovato anche le altre risposte e, comunque, capire le ragioni di un problema è sempre il punto di partenza necessario per capire come risolverlo. E allora chiediamocelo: perché uccidono? Perché ci attaccano? Perché ci odiano tanto? Fanatismo? Una religione che inneggia all’odio verso gli infedeli? Desiderio di riscatto da povertà e sottomissione? Reazione all’imperialismo occidentale? Tutte queste ragioni insieme?

kamikaze

Sicuramente kamikaze e combattenti vengono indottrinati facendo leva sul lato più oscuro dell’Islam e portati al livello più estremo di fanatismo, ma questo è solo uno strumento utilizzato in modo scientifico per produrre soldati disposti a tutto. Il fine non è la Guerra Santa, semmai è solo un utile mezzo, basato su credulità e ignoranza. Le politiche occidentali in Medio Oriente non hanno certo aiutato a distendere i rapporti tra i due mondi: guerre scatenate per interessi economici, dittatori sanguinari sostenuti dai nostri governi, la questione palestinese mai risolta… Tuttavia l’Isis non è un’organizzazione fondata per vendicare i soprusi, anche se certamente trova sostenitori tra quanti non apprezzano le ingerenze euroamericane in Medio Oriente. E allora? Qual è il perché della situazione attuale?

Da sempre i grandi cambiamenti sono avvenuti perché tribù, popoli, nazioni, gruppi di interesse si contendevano due risorse, potere e ricchezza, e lo facevano usando tutti i mezzi a disposizione, religione compresa. È inutile ricordare che anche noi europei abbiamo commesso nefandezze inaudite in nome di Dio: dalle crociate allo sterminio dei nativi americani alla Santa Inquisizione, ma è stato tanto tempo fa e oggi mi sembra che siamo tutti di un’altra idea, Chiesa compresa. Anche ai giorni nostri gli equilibri mondiali variano in funzione di queste due variabili: potere e ricchezza. Se nell’antichità era necessario invadere un altro territorio per conquistarne le risorse naturali e sottometterne gli abitanti, oggigiorno assistiamo ad invasioni pacifiche di aziende e multinazionali che mirano alla conquista non più di nuove terre, ma di fette di mercato. Lo scontro non è più cruento, ma come un tempo i vincitori ottengono un tenore di vita migliore, mentre i perdenti sono destinati a condizioni meno agiate. Potere e ricchezza sono da sempre gli obiettivi degli Imperi, dei Regni, degli Stati di tutte le epoche.

Spesso i grandi mutamenti storici si sono verificati in seguito a condizioni o eventi particolari. La scoperta del continente americano, per esempio, modificò l’economia mondiale, spostando le rotte commerciali dal Mediterraneo all’Atlantico e portando poi al declino Stati come la Serenissima Repubblica. Nel XX secolo le due Guerre Mondiali decretarono la fine degli Imperi tradizionali e l’avvento delle grandi democrazie, prima tra tutte quella americana che da allora divenne la principale potenza mondiale. Alle volte questi grandi cambiamenti storici furono guidati da regie più o meno consapevoli, ma ogni volta vennero sfruttati da chi riuscì per tempo ad interpretarli e a cavalcarli.

Oggi ci troviamo in un nuovo periodo storico di transizione. La crisi economica, il declino dell’industria tradizionale, l’avvento dell’era digitale, il valore sempre crescente dell’informazione, lo sviluppo di paesi che fino a pochi decenni or sono erano classificati come terzo mondo, le differenze ideologiche profonde tra le varie componenti di umanità che sempre più vengono a contatto tra loro in virtù di flussi migratori in continua accelerazione, sono tutti indicatori di cambiamento, in alcuni casi drammatico. Dobbiamo chiederci dove stiamo andando, verso quale nuovo modello economico, sociale, culturale, politico, verso quali nuovi equilibri mondiali. Sicuramente queste stesse domande se le stanno ponendo anche in altre parti del mondo e, come già avvenuto in passato, qualche gruppo di potere sta cercando di sfruttare il cambiamento a proprio vantaggio.

In questo contesto altamente instabile e dinamico, organizzazioni come Al Qaeda e Isis tentano di modificare gli equilibri mondiali a proprio vantaggio, ma il fine è sempre lo stesso: avere più potere e più ricchezza. I mezzi? Qualunque mezzo è lecito per questi individui pur di mettere in crisi le nostre democrazie, instillare incertezza, insicurezza, spingere l’opinione pubblica ad esercitare la propria pressione sui governi. Storpiare il messaggio autentico della religione, seminare il terrore, sfruttare e spingere le ondate migratorie, queste le armi. La religione quindi per questi soggetti non è il fine, ad essi non importa convertire gli infedeli, né tantomeno diffondere il proprio messaggio religioso; la religione opportunamente adattata alle proprie logiche perverse è solo un mezzo, uno strumento per raccogliere e plagiare adepti pronti a tutto. Dietro l’azione di quelli che definiamo pazzi, invasati, fanatici, di chi non esita ad azionare il detonatore e scomparire in una frazione di secondo assieme all’odiato nemico occidentale, ci sono menti sopraffine, sottili strateghi, capi spirituali con un solido e molto terreno interesse. Ci sono uomini politici che usano il terrore, il Corano, l’indottrinamento sistematico delle fasce più deboli (la manodopera non manca in certe aree del mondo) per fini che non hanno nulla a che vedere con la spiritualità e con la religione.

E allora, se la religione non è un fine ma solo uno strumento, non prendiamocela con la religione. Sarebbe come se, dopo essere stati minacciati da un uomo con un coltello, ce la prendessimo con il coltello: il problema non è l’arma, ma chi la impugna. Non facciamo che questa guerra diventi una guerra di religione, non commettiamo l’errore di mettere sotto accusa l’Islam in quanto tale: alleiamoci invece con i musulmani (tanti) che aborriscono la violenza. È proprio quello che i terroristi non vogliono, per loro l’Islam moderato è un pericolo perché mina le logiche perverse su cui basano il reclutamento di disperati pronti a tutto: se tutti i musulmani fossero profondamente convinti che la loro religione condanna l’odio e la violenza nessuno sarebbe disposto ad uccidere in nome di Allah. Dobbiamo dividere l’umanità in due parti, ma non basandoci sulla religione o sull’etnia, bensì sui principi morali: da una parte i volenti, di qualunque provenienza o credo essi siano, dall’altra chi violento non è e con questi ultimi dobbiamo allearci e lottare per la società di domani.

C’è un altro motivo per cui sostenere la parte sana dell’Islam. Il fanatismo religioso dell’Isis è pericoloso perché può espandersi e diventare l’interpretazione dominante di quella religione. Questo è sicuramente un loro obiettivo: diffondere un’interpretazione fanatica e delirante con cui formare nuovi adepti e nuovi soldati. Il fanatismo si fonda sull’ignoranza e va combattuto con la cultura, ma non possiamo farlo da soli: non possiamo andare in Siria, Iraq e Afghanistan a parlare di libertà, diritti civili e pari opportunità, non ci ascolterebbero e otterremmo l’effetto contrario. Però chi parla la lingua e ha le stesse radici di quella gente può spiegare loro cosa intendeva il Profeta con jihad, può spiegare il significato profondo e filosofico di quel termine e che praticare il jihad non significa per forza imbracciare un kalashnikov. Solo i musulmani possono far cambiare idea ai musulmani. Il messaggio dell’islamismo moderato deve diffondersi e non essere confuso con quello farneticante dei fabbricanti di mostri dell’Isis. Campagne come #NotInMyName sono fondamentali nella lotta contro il terrore.

Guardiamo i nostri figli: giocano, studiano, lavorano con i figli di Maometto che a loro volta parlano la nostra lingua, il nostro stesso dialetto, scherzano come noi, leggono i libri che leggiamo noi, guardano gli stessi film, hanno idee simili o diverse dalle nostre esattamente come avviene tra tutti gli italiani (ce ne sono due che la pensano allo stesso modo su ogni cosa?). Ci sono terroristi o potenziali terroristi tra loro? Forse, in tal caso vanno individuati, isolati e all’evenienza bloccati, ma sarebbe sbagliato (lo è sempre) fare di tutta l’erba un fascio. Fra di loro ci sono tanti, tantissimi ragazzi in gamba, pieni di entusiasmo, di speranza e di voglia di vivere, che per primi condannano la follia del terrorismo.
Badate bene, questo non è buonismo. Il terrore va combattuto con forza, con molta forza. Chi viene in Italia per delinquere va fermato con decisione, va punito in modo esemplare, si deve sapere che da noi tutti saranno rispettati, ma allo stesso modo tutti devono rispettare le nostre Leggi e i nostri principi, senza eccezioni. Qui il razzismo non c’entra. La giustizia non guarda in faccia a nessuno.

E quindi che fare? Rafforzare i controlli, regolamentare e controllare l’immigrazione, promulgare Leggi che puniscano severamente chi fiancheggia, favorisce o anche solo simpatizza con il terrorismo. Si può arrivare anche a colpire quanti inneggiano o esultano di fronte ad atti come quelli di Parigi. Bisogna dimostrare fermezza e decisione, non mollezza. Ma allo stesso tempo bisogna lavorare sulla cultura, sulla diffusione di principi sani e positivi, supportare e aiutare chi sta dalla nostra parte pur appartenendo a religioni e etnie diverse. Dobbiamo distinguere il bene dal male, tenendo presente che bene e male si nascondono ovunque e non sono mai dello stesso colore, paese, credo, cultura o etnia.

NotInMyName-la-campagna-social-anti-Isis

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