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La roccia era diventata scivolosa, la parete una trappola mortale. Antonio conosceva a menadito quella montagna, ma quel pomeriggio, in mezzo alle nuvole, sotto la pioggia battente e con il vento che soffiava a raffiche improvvise, faceva fatica a orientarsi e doveva avanzare lentamente per non perdere la via. Lo zaino era pesante, aveva dovuto portare tutto doppio: per sé e per Davide.

‒ Sperón che no tona!

Mormorò istintivamente Antonio mentre si arrampicava in mezzo a quell’inferno. I fulmini erano la sua principale preoccupazione, ma anche la pioggia e il freddo erano un problema e le nuvole che non gli facevano vedere a un tiro di corda. A dire il vero era proprio una brutta situazione quella in cui si era cacciato Davide, suo figlio. Quella mattina era uscito senza dire una parola (come al solito), nessuno immaginava che sarebbe andato ad arrampicare con quel cielo che non prometteva niente di buono e con il bollettino meteo emesso dal centro di Arabba: 100% di probabilità di precipitazioni e rovesci nel pomeriggio, anche di forte intensità. Era stata Sara, sua moglie, ad allarmarsi quando il ragazzo non era rientrato per pranzo e allora lei aveva chiamato Antonio, che era al lavoro, e lui aveva minimizzato, come sempre.

‒ Sarà ‘ndà via co’ qualche tosa – aveva sbuffato lui.

– Ecco, ti xe sempre el solito – aveva risposto piccata lei – no ti cambiarà mai!

Quel modo diverso di prendere le cose era spesso motivo di baruffe tra loro due, soprattutto da quando il loro unico figlio Davide, da buon quindicenne lunatico, metteva alla prova i loro caratteri così diversi: tanto freddo e sornione lui quanto intraprendente e ansiosa lei. Ma stavolta aveva ragione Sara, Davide era andato per scalare il Picco di Mesdì senza dire niente a nessuno e quando si era trovato incrodato tra le nuvole, con la pioggia che iniziava a cadere, aveva telefonato a casa e ringraziamo il Cielo che su quella cengia c’era campo!

– Non dire niente al papà, sennò mi ammazza – aveva detto Davide a sua madre – chiama Piero, quello del soccorso alpino, che in cinque minuti vengono a prendermi con l’elicottero.

Lei aveva fatto così e aveva chiamato Piero, ma l’elicottero non poteva decollare, tropo forte era il vento e troppo scarsa la visibilità con tutte quelle nubi. Si rischiava di andare a sbattere contro la montagna. Se c’era uno che poteva andare a riprendere Davide in mezzo a quella bufera quello era proprio Antonio, suo padre. Antonio era una guida alpina di fama internazionale, venivano da tutto il mondo per arrampicare con lui, era molto noto e considerato da tutti, eccetto che da suo figlio. E pensare che fino a pochi anni prima era l’idolo di Davide, suo figlio lo adorava, voleva sempre stare con lui.

– Quando sarò più grande mi porterai con te in montagna papà?

Così gli diceva. Ma poi i bambini diventano ragazzi e il papà improvvisamente diventa una persona qualsiasi, non è più il mito di una volta, si cominciano a notare tutti i suoi limiti, veri e presunti. Da un po’ di tempo tutto quello che Antonio diceva non andava bene, Davide sembrava perennemente infastidito e a mala pena lo salutava alla sera, quando rientrava dopo il lavoro. Ma restava sempre suo figlio, la ragione principale della sua esistenza e anche a costo di rimetterci la pelle su quella montagna sarebbe andato a riprenderlo, perché a 15 anni si ha il diritto di sbagliare e un genitore deve essere pronto a capire, a perdonare, ad aiutare. Anche Antonio era stato adolescente: quante cazzate aveva combinato da ragazzo? Se ne ricordava un bel po’, come quella volta a carnevale che aveva preso di nascosto il trattore. Voleva imitare i carri allegorici che si vedevano in televisione e così aveva fatto salire due vacche sul rimorchio, dopo averle agghindate in modo pazzesco. Quindi aveva attaccato il rimorchio al trattore e messosi alla guida era entrato trionfante nella piazza del paese agitando i campanacci, con tutti i ragazzini che lo seguivano festosi. Quanto si era incazzato suo padre… Eppure non aveva fatto scenate. Dopo aver messo in salvo le povere bestie terrorizzate e riportato il trattore nel capannone aveva preso Antonio e gli aveva fatto capire quanto stupida era stata quella bravata. Dopodiché aveva inflitto ad Antonio la giusta punizione: una settimana di duro lavoro con le loro bestie, per imparare il valore di ciò che avevano e la fatica del lavoro di malgaro.

Antonio saliva, un chiodo dopo l’altro, attento a non perdere la via. Le mani nodose e forti stringevano la roccia bagnata e scivolosa, sferzata dal vento. Il sudore misto a pioggia scendeva sugli occhi e li faceva bruciare. Mentre saliva pensava a Mario, che aveva perso i suoi due figli in montagna. Era diventato un fantasma il Mario, un guscio vuoto, due occhi stralunati che si specchiano nei bicchieri di vino trangugiati uno dopo l’altro. Mario era possente come una quercia, una quercia a cui avevano tagliato tutti i rami. L’avete mai visto un albero senza rami? E’ solo un tronco che se ne sta lì malinconico, inutile, non fa ombra, non dà frutti, non serve a nulla, buono solo da bruciare. Così ci si riduce quando si perde un figlio: non si è più un vero albero, solo un tronco spoglio, un monumento al nulla.

Sara stava alla base della montagna, con i binocoli. Aveva osservato Antonio salire lungo la parete finché era sparito tra le nuvole e allora era rimasta li a pregare e a piangere. Pregava che la montagna non si portasse via entrambi i suoi uomini, la ragione per cui aveva vissuto e sacrificato. Una bella donna la Sara, nonostante i quasi cinquant’anni. Era stata una promessa del pattinaggio e una brava studentessa, si era laureata a Padova in giurisprudenza e aveva fatto tanta gavetta negli studi legali laggiù in pianura. Poi, un po’ per le difficoltà che incontrava, un po’ per la nostalgia delle sue montagne, un po’ perché nel frattempo aveva incontrato Antonio, aveva messo da parte le sue ambizioni e si era dedicata alla casa e alla famiglia, anche perché in montagna c’è sempre tanto da fare. Ora che il figlio stava diventando grande si era un po’ pentita di quelle scelte, ma ormai era andata così. Ciò che contava, in quella domenica pomeriggio, era che i suoi due uomini tornassero sani e salvi dalla montagna.

“Montagna assassina”, si sente dire talvolta, quando i telegiornali estivi affamati di notizie devono per forza fare il loro annuncio sensazionale.

– Farebbero meglio a dire: è morto un altro deficiente!

Così pensava Antonio mentre saliva, un chiodo dopo l’altro. Come si fa a dire montagna assassina se a ben vedere sta scritto dappertutto “non andare, pericolo di morte”? Perché incolpare la montagna se uno stolto decide di mettere a rischio la propria vita? Era quello che insegnava sempre alla prima lezione nei suoi corsi di arrampicata: la montagna è tua madre e devi rispettarla, è lei che decide se puoi salire o se devi restare a valle. Bisogna capire i suoi messaggi, i suoi segnali, i suoi insegnamenti. Ma Davide i suoi corsi non li aveva frequentati. Da un pezzo non parlava con suo padre, da tanto tempo viveva chiuso in quel suo mondo. Eppure qualcosa lo aveva spinto lassù, qualcosa gli aveva fatto fare quella cazzata. Cosa voleva dimostrare? Si era messo in competizione con suo padre? Antonio si chiedeva dove aveva sbagliato.

Mentre saliva, un chiodo dopo l’altro, tra le nuvole, in netto contrasto sulla roccia pallida delle Dolomiti apparve la sagoma scura di Davide, tutto rannicchiato su una cengia. Completamente bagnato e tremante, sembrava un vitellino appena partorito. Ad Antonio ricordò la prima volta che lo aveva visto appena nato: piccolo, bagnato e indifeso, la più grande meraviglia del mondo, la gioia più immensa che avesse mai provato. Non si scambiarono tante parole.

– Stai bene? – Chiese Antonio.

– Si papà – Rispose Davide – Non sapevo più da che parte andare papà.

Quella parola, papà, ripetuta due volte, gli provocò un brivido. Antonio gli sorrise. Avrebbe voluto abbracciarlo, ma sapeva che al ragazzo non sarebbe piaciuto. Gli diede una pacca sulla spalla, tirò fuori dallo zaino una bevanda calda, dei vestiti asciutti, lo coprì con una giacca impermeabile. Si legarono assieme e pian piano iniziarono a scendere.

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