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Ho scritto questo racconto per il blog Mimettoingioco. La sfida consisteva nello scrivere una storia breve (massimo 3600 caratteri, spazi compresi) sul tema della rete o della diversità, senza usare aggettivi qualificativi e cercando di limitare al massimo gli altri tipi di aggettivo (numerali, possessivi, dimostrativi, ecc.). Inizialmente credevo che non fosse possibile e che comunque il risultato sarebbe stato un racconto “insipido”, vista la mia abitudine ad infarcire abbondantemente i miei articoli con aggettivi di tutti i tipi. Invece ho scoperto, con mia grande sorpresa, che la cosa non solo è possibile, ma l’effetto è addirittura gradevole: il testo scorre maggiormente ed è piu “pulito”, senza rinunciare alle immagini e alle sensazioni forti, a parte qualche giro di parole di tanto in tanto per aggirare quegli aggettivi che sarebbero proprio necessari. Ma lascio giudicare a voi il risultato, fatemi sapere cosa ne pensate.

P.S. Andate a vedere su Mimettoingioco e provate a leggere anche gli altri racconti, ce ne sono di veramente molto belli. A me è piaciuto moltissimo Francy, che in modo diverso tocca lo stesso tema che ho affrontato io nel mio post precedente (Alzate quella testa!)

La cameriera posa il bicchiere di ouzo sul tavolino. Il profumo delle mezedes e le note della tzouras escono assieme dalla taverna e si spandono nell’aria intrecciandosi e stuzzicandomi i sensi. Non posso fermare il tempo, ma fissare l’istante nella mente, almeno questo, lo posso fare. Poso lo sguardo sulla rete da pesca e sulle mani dell’uomo che sapientemente la sta svolgendo sul molo. Ho sempre amato osservare i pescatori al lavoro e qui, con il sole che si tuffa nello Ionio, con il mio ouzo da allungare con l’acqua, la luce del tramonto che inonda la baia come una marea, mi sembra di essere in una tela di Bokoros.

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