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Mi svegliai di soprassalto. Sentivo dei piccoli rumori provenire dal tetto. Non capivo se erano dovuti allo scricchiolio del legno, al ticchettio di una pioggia leggera o al soffice posarsi della neve sulla lamiera. Guardai l’orologio sul comodino, erano le tre. Tesi le orecchie e trattenni il respiro per sentire meglio, ma non riuscivo a capire l’origine di quei rumori. Mi alzai piano per non svegliare Daniela che dormiva profondamente e andai in bagno. Dall’abbaino filtrava una luce lattiginosa, la luna piena splendeva radiosa in cielo. Lo scricchiolio era aumentato, ora era un crepitio leggero ma continuo, come se tanti folletti stessero danzando sul tetto della nostra baita. Mistero. Ormai non avevo più sonno, anzi mi sentivo stranamente carico di energia e niente affatto innervosito, come invece pensai che avrei dovuto sentirmi in quella circostanza. Decisi allora di uscire a fumare una sigaretta. Mi misi addosso un giaccone pesante e andai a sedermi sul patio. Fuori l’aria era gelida, ma non c’era vento e mi sentivo bene: amo il freddo, mi dà una sensazione di pulizia, di ordine. Da dove ero seduto non vedevo la luna, che splendeva proprio sopra il tetto della baita e gettava una luce argentea sulla foresta, facendo brillare le cime degli abeti come le punte di tante baionette. Perché mi vennero in mente le baionette? Iniziai a pensare alla guerra, alle notti in trincea, al silenzio che prelude alla battaglia. Crepitio di mitragliatrici, urla di fanti che si lanciano all’assalto, esplosione di mine, corpi morenti appesi al filo spinato. Scossi la testa con forza per scacciare quelle immagini cupe, non so perché avevo pensato alla guerra. In fin dei conti non ho mai combattuto, non ho nemmeno svolto il servizio militare, ho soltanto udito i racconti di mio nonno, che di guerre ne aveva vissute ben due. Sarà stata l’atmosfera inquieta di quella notte a causare quei cupi pensieri? C’era qualcosa di innaturale nell’aria, qualcosa che sapeva di morte, di minaccia che incombe. O forse la colpa di tutte quelle sensazioni era soltanto la cena della sera prima? Pensai che avevo sempre avuto difficoltà a digerire il frico e quello che avevamo mangiato a cena era particolarmente ricco, con molte patate e molta, moltissima cipolla. Fuori dalla baita gli scricchiolii che mi avevano svegliato non si udivano più, in compenso mille altri rumori appena percettibili riempivano l’aria notturna. Le chiome degli abeti riflettevano il chiarore lunare ondeggiando leggermente ed un mormorio costante di fronde danzanti si spandeva tutto attorno. Eppure non vi era vento o almeno non lo sentivo da dove stavo seduto, sul patio di fronte alla baita. Mi alzai e mi mossi al centro del prato antistante il bosco, ma anche da lì il vento non si sentiva. È molto strano, pensai mentre con un’energica boccata aspiravo le ultime esalazioni di nicotina dalla mia sigaretta. Camminando lentamente feci un giro attorno alla casa e andai alla fine del prato dove si apre un ampio panorama sulla valle sottostante. Le luci dei paesi lontani erano quasi tutte accese, come se dentro ad ogni abitazione le famiglie si fossero svegliate e si affaccendassero nelle ordinarie questioni diurne. Sempre più strano, pensai, sono tutti svegli alle tre e mezza.

‒ Alfredo! Alfredo!

Daniela mi stava chiamando. Tornai sui miei passi fino all’ingresso della baita. Lei stava in piedi sulla porta, aveva un’espressione cupa in volto.

‒ Cosa sta succedendo? ‒ Mi chiese.

‒ Nulla amore. Non riuscivo a dormire e sono uscito a fumare.

‒ Hai sentito i rumori?

‒ Si, è per quello che mi sono svegliato, ma qui fuori non si sentono più.

‒ Sembrava quasi che la casa ci stesse parlando.

‒ Anche il bosco sta parlando. La montagna è inquieta stanotte.

Dalla foresta si levava un brusio continuo. Al fruscio degli abeti che continuavano a ondeggiare leggermente si sovrapponeva una miriade di piccoli rumori provenienti dal bosco. Rumori di ramoscelli spezzati, foglie calpestate da migliaia di piccole zampe che si muovevano nel buio. Di tanto in tanto lo stridio di una civetta, il guaito della volpe, un ululato lontano, il bramito di un cervo erano come acuti di solisti che si elevano sul sottofondo di accompagnamento di un’orchestra di milioni di formiche, cimici, scarabei, bruchi, salamandre, cavallette e degli altri piccoli e piccolissimi esseri che popolano la Terra. Mi ha sempre affascinato il pensiero di quanta vita ci sia in un metro quadrato di terreno, figuriamoci in una foresta. E tutta questa vita in quel momento si stava esprimendo, comunicava. Ai rumori tipicamente notturni si sovrapponevano mille suoni che solitamente si odono durante il giorno: il grido dell’aquila, il gracchiare della cornacchia, il canto dell’allodola. Era come se improvvisamente si fosse fatto giorno e ogni abitante della natura avesse iniziato a svolgere le proprie mansioni, incurante della notte e delle tenebre che avvolgevano ogni cosa.

‒ Io non ho più sonno ‒ Sentenziò Daniela rompendo quell’atmosfera surreale.

‒ Nemmeno io.

Ci sedemmo sul patio ad osservare le cime degli abeti inondati dalla luce lunare che ondeggiavano senza vento, ascoltando quei mille tenui rumori che emergevano dal bosco come un unico incessante lamento. Restammo così fino all’alba, abbracciati sotto una pesante coperta, perché con il passare delle ore il freddo si insinuava sempre più e raggiungeva le ossa.

La mattina seguente venimmo a sapere degli eventi straordinari avvenuti quella notte. Non solo il nostro bosco e la nostra montagna si erano risvegliati e avevano parlato, ma anche i paesi circostanti, le altre città italiane, i paesi europei e le nazioni di tutto il mondo erano stati destati dal sonno o distratti dalle loro normali faccende e richiamati da una serie di avvenimenti inconsueti. Acqua alta a Venezia e bora a Trieste, fenomeni che difficilmente si verificano in concomitanza. Piccoli terremoti ovunque  in Asia Minore, Sud America e Giappone, mareggiate straordinarie in Africa orientale, eruzioni vulcaniche in Islanda, Alaska e Sicilia, tempeste di sabbia in Australia e Nord Africa. E poi ancora invasioni di insetti, frane e smottamenti, mareggiate, pioggia di meteoriti. Ciò che colpiva non erano le conseguenze, nessuna vera catastrofe fu registrata, ma la numerosità e la distribuzione dei fenomeni  su tutto il pianeta. Anche nei luoghi dove non vi erano stati accadimenti degni di nota, come nelle nostre vallate, la popolazione aveva comunque riferito esperienze insolite: insonnia, attacchi di panico, premonizioni, inquietudine degli animali domestici, morie di piante e di insetti e altro ancora. Per giorni e giorni i telegiornali non fecero che parlare di quanto avvenuto in quelle incredibili ore, mentre gli studiosi cercavano di spiegare i motivi di quella straordinaria coincidenza di eventi. Gli astrologi parlarono di un rarissimo allineamento celeste, i sacerdoti e i mistici invitarono alla preghiera, le sette religiose riferirono di una inequivocabile e imminente fine del mondo. Fisici, sismologi, geologi, naturalisti e psicologi elaborarono le più svariate teorie, supportate da migliaia, milioni di dati, grafici, tabelle e confronti storici. Non fu possibile elaborare una spiegazione razionale univoca dell’accaduto e ancora oggi quei fatti rimangono un mistero. Con il passare del tempo l’attenzione scemò e tutte le domande rimasero senza risposta, ma a me piace pensare che quello sia stato un messaggio della Terra, la Madre di ogni essere che vive o vegeta sulla sua superficie, per ricordare ai suoi figli quanto essi dipendano da Lei e quanto i suoi umori possano influire sulla nostra possibilità di sopravvivenza. Un monito della Madre affinché il figli correggano il proprio comportamento deviato. Finché siamo ancora in tempo.

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