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Abbiamo visto tutti cos’è successo sabato scorso, prima della finale di Coppa Italia di calcio tra Napoli e Fiorentina, ma non voglio parlarvi di quella cosa lì, di quell’indegna dimostrazione di inciviltà e delinquenza. Oggi voglio parlarvi della faccia pulita dello sport, anzi voglio parlarvi dello Sport, perché lo Sport è un’altra cosa e nulla ha a che fare con lo spettacolo indecente di sabato scorso.

Domenica pomeriggio sono andato ad assistere ad una partita di basket giovanile, la finale per il titolo provinciale under 15 tra Castellana e Spinea. In una squadra giocano due amici di mio figlio e lui, giustamente, mi ha chiesto di accompagnarlo alla partita perché voleva fare il tifo per i suoi compagni. Nell’altra gioca il figlio di una mia amica e così, non essendo particolarmente appassionato di pallacanestro né coinvolto emotivamente per una parte o per l’altra, mi sono trovato diviso tra le due tifoserie, al centro di un’autentica bolgia infernale.

Chi segue questo blog ormai saprà che io non sono un amante dei luoghi affollati, né tantomeno di quelli rumorosi. Basta il titolo del blog per capirlo, o uno sguardo alle fotografie che pubblico, non servono spiegazioni, quindi capirete il mio disappunto nel ritrovarmi in un palazzetto rimbombante di urla assordanti, trombe e cori in perfetto stile ultrá. Se poi tale frastuono è prodotto da dolcissime mamme armate di vuvuzela, padri baritoni, nonne soprano e fratellini imberbi dalle voci acutissime e penetranti, potrete immaginare il mio disagio.

Eppure mi sono appassionato. Si, avete capito bene, questo vecchio orso di montagna, questo caprone che rifugge la folla e la confusione, che ama gli spazi aperti e solitari, è stato conquistato dalla giovinezza, dall’agone, dal gesto sportivo dei ragazzi, dalla passione di mamme e papà scatenati.

Ogni tanto, nell’udire i cori inneggianti o sbeffeggianti, pensavo: speriamo che la situazione non degeneri, speriamo che si diano una calmata… Ma nessuno si calmava, anzi, con il procedere del match il clima sì infuocava sempre più e gli arbitri venivano apostrofati al coro di buffoni, buffoni (non sono in grado di dire come abbiamo arbitrato, dato che non ci capisco niente…).

Ma la mia attenzione ormai era tutta per i ragazzi. Sarà che sono padre anch’io, sarà che ho il cuore tenero, sarà che ricordo la mia adolescenza come fosse ieri, gli ideali e la semplicità di quegli anni, ma vedere questi ragazzini non ancora quindicenni dal viso pulito e sbarbato correre continuamente da una parte all’altra del campo, incitati come si incita un cavallo al galoppo da genitori, nonni, fratelli e amici oltre che dai loro allenatori, mi sembrava una cosa veramente bella.

Perché bella? Perché questi ragazzi non corrono per soldi, non corrono per fama e credo che alla fin fine non corrano neanche per il premio che li attende, la coppa, ma perché quella loro corsa significa vivere. Conquistare quella palla, centrare quel canestro significa esprimere se stessi, affermare la propria individualità, dire “io ci sono”, “io valgo”. Significa crescere.

Guardavo quei visi tirati e ansimanti e vedevo dei novelli Eracle alle prese con sovrumane fatiche, moderni Milone calcare il parquet invece del suolo polveroso di Olimpia antica, emuli d’Achille piè veloce rincorrere gli avversari in fuga sotto le mura di Troia.

Il numero 10 è bravo, quando conquista il pallone e si lancia in velocità tra gli avversari non lo ferma più nessuno, come Mercurio che scende dall’Olimpo foriero di messaggi per dei, umani e semidei, e sfreccia come il vento, con le ali ai piedi. E che dire del numero 32? Un autentico faro in mezzo al campo e su di lui si concentrano gli avversari: quando ha la palla lo affrontano in due, in tre, e nella mia immaginazione è Aiace Telamonio, il più alto degli achei, colossale guerriero che dominava il campo di battaglia e da solo fronteggiava un intero esercito.

Dall’altra parte il numero 23 è forte, veloce, orgoglioso, elegante nelle sue movenze e segna un canestro dopo l’altro. Mi ricorda Ettore, bello e sfortunato, ma destinato a lasciare un segno imperituro. E il numero 11, con quei due canestri da 3 punti uno dietro l’altro che riaprono la partita, con una mira come quella non può essere che Paride, il principe, l’arciere, giustiziere di Achille.

Il match si decide negli ultimi 90 secondi. Entrambe le squadre meriterebbero quella coppa, ma il vincitore è uno solo, peccato. La gioia dipinge i volti di una parte dei ragazzi, sul viso degli altri tristezza e delusione, una piccola lezione di vita: accettare le sconfitte e ripartire, caparbi e volitivi come prima, più di prima.

Dagli spalti scrosciano gli applausi, per chi ha vinto e per chi ha perso. Tutto il pubblico unito in un solo grande e continuo applauso, per i ragazzi, per gli allenatori, per gli arbitri. Anche i più infuocati spettatori, quelli che fino a poco prima avevano urlato, fischiato e strombazzato, ora stanno lì, in piedi, ad applaudire. Non ci sono sconfitti oggi, tutti sono vincitori: i ragazzi, i genitori, lo Sport.

Nell’assistere a questa scena conclusiva, ricordando cosa era successo il giorno prima a Roma, mi son detto: c’è ancora speranza!

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