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Amo la musica, tutta. Veramente, mi piacciono e ascolto tutti i generi, dal pop al rock, dal blues al reggae alla musica classica. Persino il country mi entusiasma: quando parto per un viaggio mi piace mettere un CD con i classici della country music americana e mi sento come un cowboy in sella sui sentieri selvaggi del vecchio west…

Però c’è solo un genere che mi provoca una reazione del tutto particolare, un brivido lungo la schiena che parte dalla nuca e percorre tutta la colonna vertebrale fino in basso. Quel genere è la musica lirica. Non tutta ovviamente, ho le mie preferenze, alcuni autori non li posso digerire (Wagner ad esempio non riesco proprio ad ascoltarlo). Ma quel brivido, quella sensazione unica, me la dà solo l’opera ed in particolare solo alcune arie e solo alcune voci.

Il tenore è forse la voce più celebrata, le arie più famose e più cantate dai nostri genitori e dai nostri nonni sono quelle per tenore: celeste aida, che gelida manina, nessun dorma, e lucean le stelle… Tutte entrate nella storia della musica, cantate e ricantate dai più celebri interpreti da Caruso a Pavarotti. Ma ciò che mi manda letteralmente in estasi è la voce del soprano, non quando squilla con tutta la sua forza, nè quando gorgheggia come un usignolo (anche se la Regina della Notte nel Flauto Magico è qualcosa di incredibile), ma quando si appoggia leggermente e accarezza una nota in uno struggente “pianissimo”. Solo in quel momento provo l’emozione che vi dicevo poc’anzi e, puntualissimo come un cronometro svizzero, parte dalla nuca il fatidico brivido che corre lungo tutta la schiena.

Quali sono queste arie? Più d’una e non ho intenzione di snocciolarle tutte e tediarvi più tanto, ma di una in particolare vi voglio parlare, quella che mi sta più cara, anche per via del personaggio interpretato: Liù, nella Turandot di Puccini, quando intona il “Signore ascolta”.

Liù è una serva che accompagna il vecchio Timur, signore caduto in disgrazia e cieco, attraverso la Cina. Ella è segretamente innamorata del figlio di Timur, Calaf, il quale invece è cotto della terribile Turandot, la sanguinaria principessa cinese che si diverte ponendo astrusi quesiti ai propri pretendenti, i quali per ottenere la sua gelida mano devono rischiare la vita rispondendo a degli enigmi: chi non risponde correttamente avrà il capo mozzato ed è proprio con la decapitazione del principe di Persia che si apre l’opera. Basta uno sguardo da lontano a Calaf per innamorarsi perdutamente di Turandot (come fanno presto certi uomini!) e per decidere di mettere a rischio la propria vita pur di conquistare la gelida principessa. Non c’è che dire, ci sono tutti gli elementi per un bel drammone in perfetto stile romantico ottocentesco (sebbene Puccini abbia scritto Turandot tra il 1920 e il 1924).

Veniamo al dunque. Liù, che pare essere l’unica di tutta la vicenda ad avere un po’ di sale in zucca, cerca di convincere il giovane e ribollente Calaf a non gettarsi nell’impresa, a restare con lei e con il vecchio padre bisognoso di assistenza. Liù, come dicevamo all’inizio, è innamorata segretamente di Calaf e sapete perché? Tenetevi forte: lei è innamorata perché lui un tempo, nella reggia, le ha sorriso! Ah bei tempi andati, quando l’amore scattava così magicamente e misteriosamente ed era intrecciato a storie di morte e conquista, grandezza e caduta. Bei tempi ingenui e sempliciotti, di drammoni e polpettoni degni delle nostre fiction più popolari.

Come potete intuire dalle mie parole, sorrido di fronte a queste trame da fotoromanzo, ma l’opera è così, risponde ad un gusto popolare che si nutre di emozioni forti, drammi e tragedie: amore, morte, patria, popolo, libertà, tradimenti… Accettando questo aspetto e immedesimandosi nella storia, chiudendo l’occhio critico e freddo del ventunesimo secolo e aprendo orecchie e cuore alla musica e alla voce, si possono vivere delle emozioni meravigliose.

Liù che intona il Signore ascolta: una preghiera, un’invocazione, una supplica. E poiché è una povera e umile serva, lo fa umilmente, implorando in ginocchio, con una delicatezza e una grazia infinite, con una dolcezza nella voce e negli occhi che se io fossi lo stupido Calaf lascerei perdere la perfida Turandot e, prendendo Liù tra la braccia, la solleverei e la porterei lontano con me, per sempre.

Liù intona il Signore ascolta, dicevamo, e conclude l’aria pronunciando sconsolata “Liù non regge più! Ah pietà!” con un ultimo sospiro leggerissimo, con un filo di voce, piano, pianissimo. E ogni volta, come dicevo, scatena in me sempre la medesima reazione: il brivido lungo la schiena, dalla nuca in giù, tanto è bella quest’aria, tanto delicata è quell’ultima sillaba, quell’ultimo sospiro della povera Liù.

Vi invito ad ascoltarlo, il Signore ascolta, mettetevi comodi e tranquilli e assaporatene le note, immedesimatevi nella storia e forse proverete anche voi la stessa emozione. Ve lo auguro proprio.

 

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