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Si, lo so, questa definizione cozza con il mio modo di pensare: come può una montagna essere mia? Se vogliamo proprio dirla tutta, nulla secondo me può essere veramente nostro. Una bestemmia? Forse, ma io la penso così. Come possiamo dire che una cosa è nostra se poi basta un nonnulla per perderla? Non parlo solo delle cose materiali, come il denaro, l’automobile o il lavoro, ma anche di ciò che materiale non è: le amicizie, il benessere, la salute, la felicità, l’amore. Per non parlare di ciò che dovrebbe essere veramente nostro e che invece perdiamo ugualmente: il controllo di noi stessi per esempio, la pazienza, la buona educazione, il rispetto degli altri…

Panta rei, diceva Eraclito, tutto scorre.

Viviamo in una società basata sul possesso, sulla proprietà delle cose, ma non solo, estendiamo il concetto di proprietà persino alle persone (la mia donna, il mio uomo), ai sentimenti, alle idee a cui ci attacchiamo esageratamente e non mettiamo in discussione alle volte solo per una ripicca personale. Ma vi risparmio questo pistolotto filosofico su proprietà e possesso, non è di questo che volevo parlare, magari lo affronteremo un’altra volta. Oggi volevo parlarvi della mia montagna.

In che senso “mia”?

Nel senso di come io l’ho vista e l’ho vissuta le quattro volte che son salito sulla sua vetta. Quattro ascensioni della stessa cima negli ultimi trent’anni, quattro momenti diversi della mia vita vissuti nello stesso luogo incantato, quattro emozioni da raccontare. L’elemento comune è stata lei, la grande montagna, sempre lì, immutabile e solenne, mentre noi, che viviamo ai suoi piedi e ne percorriamo i sentieri, cambiamo giorno dopo giorno, invecchiamo anno dopo anno, ci angustiamo e arrovelliamo per questioni che per noi sono importanti, epocali, assolute, ma che sono meno di un attimo se paragonate ai tempi della natura. Le nostre vite passano, i nostri cuori battono, eventi storici e storie di tutti i giorni si susseguono e lei è sempre lì a guardarci dall’alto, a ricordarci che era lì milioni di anni fa quando l’uomo non esisteva e sarà ancora lì tra milioni anni quando la nostra civiltà e forse la nostra specie si saranno estinte.

La montagna di cui vi parlo è una delle tre Tofane, la più bella e maestosa, le cui pareti strapiombanti incombono su Cortina d’Ampezzo e ne dominano la vallata, come un dio possente che veglia sui suoi figli. La Tofana di Rozes.

Nel 1982 ero un ragazzo ancora minorenne quando andai a salirla con mio padre e un gruppo di suoi colleghi. C’erano anche altri ragazzi, figli dei colleghi di mio padre, ed il programma prevedeva una notte al Rifugio Giussani. L’avventura fu duplice perché nel gruppo c’era una ragazza, era quasi scontato che nascesse un interesse, non vi pare? La natura sconfinata dei monti pallidi ampezzani, i boschi di smeraldo, il sole dorato d’estate… e due occhi neri e scintillanti come un cielo stellato. I miei ormoni di adolescente non mi fecero capir più nulla e fu l’amore. La montagna mi sorrise e sussurrò frasi dolci di Vittoria.

Passarono due anni e tornammo ancora ai piedi della grande Tofana. Questa volta fu una gita in famiglia, con mio padre, mia madre, mio fratello, zii e cugini. Un bel gruppo, di nuovo una bella serata al Giussani e la mattina dopo ascensione alla vetta. Quella notte fu agitata, qualcuno stette male, l’altitudine può giocare brutti scherzi (come avrei amaramente imparato molti anni dopo), ma tutto andò per il meglio. Fu una bella gita, non gloriosa ed eccitante come la precedente, ma piena e divertente: eravamo in tanti, giovani e vogliosi di divertirci e stare insieme. Ho una vecchia foto scattata sulla cima della Tofana, quasi non mi si riconosce con i capelli lunghi e ricci. La montagna, come una mamma, ci accolse festante sulla sua vetta e ci strinse in un abbraccio.

Molti anni dopo tornai ancora sulla montagna da uomo adulto, era il 1998 e mi ero sposato tre anni prima. Silvia si era appassionata come me per le escursioni tra i monti e quell’anno, dopo aver percorso l’Alta Via n. 4 da San Candido in Pusteria a Pieve di Cadore, sullo slancio e bene allenati salimmo la Tofana di Rozes per la via ferrata Lipella, che sale arditamente pareti verticali e cenge vertiginose coprendo un dislivello complessivo di 1300 metri. Ricordo la fatica che ci colse a cento metri dalla vetta, quando dovemmo fermarci e mangiare un panino ritrovando così le energie per compiere l’ultimo sforzo. Il cielo era blu, la vetta affollata di gente (era agosto), ma ci sentivamo tutti fratelli. La montagna nostra madre ci guardava con affetto.

L’ultima volta che son salito sulla sua cima è stato quattro anni fa. Ormai uomo maturo, marito e padre, lei sempre uguale e magnifica come la prima volta. Giunti al Rifugio Giussani con amici, io e Francesco decidemmo di proseguire fino alla cima. Dovevamo fare presto perché era già pomeriggio e così andammo di gran carriera, con i bastoncini telescopici ad accompagnare e sostenere la spinta dei nostri quadricipiti. La montagna ci incoraggiò e ci mise in guardia – c’era ghiaccio sul percorso – e mi chiese se sarei tornato ancora.

Voglio tornare madre mia, vorrei salire a te portando il mio ragazzo, che ha quasi gli anni che avevo io la prima volta. Voglio tornare presto, magari questa estate, parlarti ancora una volta, godere della brezza che sfiora la tua cresta, ammirare la conca di Cortina dall’alto, respirando l’aria sottile di lassù.

Le Tofane viste dal Monte Faloria

Le Tofane viste dal Monte Faloria, la Tofana di Rozes a sinistra

Le Tofane viste dal RIfugio Lagazuoi

Le Tofane viste dal Rifugio Lagazuoi, la grande Tofana è quella più a destra

Tofana di Rozes vista dalla statale del Passo Falzarego

Tofana di Rozes vista dalla statale del Passo Falzarego

Tofana di Rozes vista dal sentiero per porta al Rifugio Averau

La Tofana di Rozes, pedalando verso il Rifugio Averau

Tofana di Rozes vista dalla Forcella Col dei Bos. La via ferrata Lipella si arrampica su questa parete

Tofana di Rozes vista dalla Forcella Col dei Bos. La via ferrata Lipella si arrampica su questa parete

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