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Adoro quella chiesetta in mezzo al bosco, c’è qualcosa di particolare in quel luogo, qualcosa che mi attrae e mi affascina.

Pensate a una stradina che si stacca da una piccola frazione di montagna e si addentra in un bel bosco di abeti, larici e faggi. In giugno ogni palmo di terreno brulica di vita: formiche laboriose costruiscono spettacolari costruzioni, le api volano sopra migliaia di fiori profumati, fragole e lamponi fanno capolino tra il fogliame verde intenso.

Oggi però la natura riposa sotto una spessa coltre di neve e, di tanto in tanto, dagli alberi piegati una cascata di neve farinosa precipita al suolo con un tonfo sordo, sollevando sbuffi di nebbiolina bianca. Qua e là il candido manto nevoso è punteggiato di orme di animali, disordinatamente.

La stradina sale lievemente e pian piano diventa un ampio sentiero che si addentra sempre più nel bosco mentre continua a salire. Dopo un po’, sulla destra, si stacca un angusto sentiero che scende leggermente fino a una radura e qui, solitaria e pacifica, sorge una piccola chiesa, la chiesa di San Giacomo a Dovesto.

Mi siedo sulla panca di legno a fianco della porta della chiesa e mi immergo nei miei pensieri…

Venas di Cadore, oggi piccolo borgo in Comune di Valle, ma anticamente a capo di uno dei 10 Centenari che costituivano la Magnifica Comunità di Cadore. Venas di Cadore, oggi l’attraversi sfrecciando in auto verso Cortina, ignaro della sua storia e dell’orgoglio della sua gente. Fierezza di un territorio che si manifesta ancora nel suo gonfalone, l’ultimo rimasto assieme a quello di Domegge. Quel gonfalone che sventolava durante la battaglia di Rusecco, nel 1508, quando l’esercito della Serenissima ricacciò oltralpe le armate teutoniche imperiali che avevano occupato il Cadore.

Il gonfalone del Centenaro, anticamente conservato nel Paveon, dove oggi si ritrovano i ragazzi di Venas. Sarà un caso, ma proprio là dove era custodito il simbolo di questa comunità, ancora oggi i ragazzi si ritrovano a giocare, a fumare, a bisbigliare gli indicibili segreti dell’adolescenza.

Chi passa di qui può ammirare le tracce dell’antica Strada Regia, di origine romana, che nel medioevo costituiva una delle vie di comunicazione tra l’Italia e il mondo germanico. Ormai è solo una traccia, ma quell’acciottolato, quel terreno irregolarmente pavimentato da pietre consumate, trasuda di storia. Quanti pellegrini, quanti eserciti, quanti mercanti, quanti cavalli aggiogati a carri stracarichi di uomini e merci passarono di qui…

Sono territori antichi, da sempre popolati da genti laboriose, gente che viveva a contatto con la natura. Il bosco è vita, il bosco è risorsa: terreno di caccia, fonte di legna per le famiglie, per gli artigiani, per i mercanti del legno che lo vendevano alla Repubblica veneta o lo smerciavano oltralpe. Come i De Jacobis, mercanti di Perarolo, che con il legno costruirono la loro fortuna e fecero erigere questa chiesetta, alla fine del cinquecento, proprio qui in mezzo al bosco. La vollero impreziosita da un’opera d’arte e così commissionarono una pala d’altare a Cesare Vecellio, cugino del Tiziano, che oggi possiamo ammirare nella chiesa parrocchiale di Venas.

Adoro questa chiesetta in mezzo al bosco, c’è qualcosa di particolare in questo luogo, qualcosa che mai attrae e mi affascina.

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