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Sono le 17.40 di venerdì 27 dicembre. La batteria del mio iPad è ancora carica per l’81%, in questi ultimi due giorni non l’ho praticamente mai acceso.

All’esterno anche l’ultima luce del crepuscolo è svanita, ormai si può vedere solo il profilo delle montagne stagliarsi sul cielo cobalto. Dietro la Pala Grande spunta la prima stella.

In casa c’è silenzio, Dario e Silvia riposano meritatamente vicino alla stufa, dopo la salita fino all’Eremo dei Romiti. Una passeggiata di due ore sulla neve in mezzo al bosco, dove l’anno scorso abbiamo avvistato dei cervi brucare in qualche rara chiazza sgombra di neve. Si arriva su un colle che domina la vallata e il lago, con una bella vista sulle montagne circostanti. Anch’io riposo accanto alla stufa, nostra salvezza in questi giorni. Il silenzio regna sovrano non solo in casa, ma in tutto il Cadore, e forse anche nelle Valli vicine. Almeno così è in Comelico, Pusteria, Zoldano e Agordino, stando a quanto dicono i nostri amici. Un silenzio antico, che non si sentiva da tanto tempo, un silenzio che richiama alla memoria le fiabe dell’infanzia, il bosco innevato, il freddo inverno, i pascoli d’alta quota dormienti sotto la neve.

Il silenzio è rotto di tanto in tanto dallo scricchiolio di una trave, dal fruscio di una crosta di neve sul tetto che si stacca e scivola giù, dal crepitar della fiamma, dal sordo borbottio del fumo che sale lungo la canna fino al comignolo. Nessun rumore d’automobili, motociclette o frastuono di televisori, nessuna musica rock sparata da amplificatori d’ultima generazione né da computer collegati a youtube, nessun trillare di telefoni analogici o digitali, nessun campanello, clacson o ritornello ossessivo di videogioco o altra cacofonia tecnologica. Solo una sirena, improvvisamente, spezza l’incanto. Da ieri mattina se ne odono più spesso del solito, prevalentemente ambulanze e vigili del fuoco.

La luce tremante della candela proietta ombre danzanti sulle pareti ed è riflessa dai vetri alle finestre creando tanti lumini attorno a noi come se fossimo al centro di un gigantesco caleidoscopio. I tanti oggetti sparsi qua e là generano ombre deformi e mutevoli: gli scarponi posti sopra la stufa ad asciugare, i braccioli ricurvi della poltrona, i bracci del candeliere stellato che accenderemo più tardi per cenare con una luce un po’ più intensa. Abbiamo molte candele in casa, a Silvia sono sempre piaciute e ne comprava ad ogni occasione. Io la prendevo in giro per questo, ma adesso sono davvero utili. Ieri sera ne abbiamo consumate una dozzina, dalle cinque del pomeriggio fino all’ora di andare a dormire.

Un altro rumore molesto, lo spazzaneve percorre la nostra strada e con la pala d’acciaio gratta duramente l’asfalto, gettando su un lato la neve crostosa e ghiacciata. È un servizio essenziale in montagna, ma il gracchiare del motore e lo sfrigolare della pala mi richiama al presente, strappandomi dal modo arcaico in cui la mia mente si era rifugiata nella contemplazione del lume di candela, del camino, del fuoco, nel silenzio totale.

Presi come siamo dai nostri crucci quotidiani raramente pensiamo a quanto poco ci vuole perché la natura si riprenda ciò che le spetta e metta in crisi il nostro piccolo mondo di certezze tanto radicate quanto fragili. Non sto parlando della malattia, che quando ci tocca o appena ci sfiora ci fa rendere immediatamente conto della caducità delle cose e del valore dei nostri affetti. Non sto parlando nemmeno del terremoto o del vulcano o di meteoriti in grado di materializzare scenari tanto disastrosi quanto spesso evocati da scrittori e registi. Sto parlando di una cosa semplice come una nevicata intensa e peraltro annunciata, una nevicata di neve pesante, bagnata, che si accumula in un giorno e una notte sulle creste di abeti e larici, piegandoli e mettendo a dura prova la robustezza dei loro tronchi. Molti di quei tronchi non ce la fanno e cedono. Alle volte resistono, stoicamente nella tormenta, ma è il terreno su cui crescono a non farcela e così la pianta dritta e possente cade tutta d’un pezzo al suolo, scoprendo nude le radici tradite dal terreno che le nutriva.

Molti alberi, cadendo, invadono strade, altri abbattono linee elettriche e telefoniche. È la fine del mondo, almeno di una parte di esso: le luci si spengono, i telefoni si tacciono, questo è l’effetto immediato, poi pian piano ne arrivano altri. Il problema non è di immediata soluzione, almeno così dicono alcuni paesani, le linee abbattute sono molte e le strade interrotte, il giorno festivo (26 dicembre) e il traffico di vacanzieri in marcia verso le località sciistiche fanno il resto: dovremo adattarci a vivere senza energia elettrica per qualche giorno.

Difficilmente uno immagina quante cose dipendono dall’alimentazione elettrica. Quelle ovvie come televisione, computer e frigorifero, ma anche la caldaia e, se il blackout dura a lungo, anche la telefonia mobile. Pian piano ci troviamo senza luce, senza riscaldamento e senza la possibilità di comunicare: niente più internet, niente più e-mail, niente più social network, niente più telefonate, solo il contatto diretto con le persone che vivono vicino a noi.

Pensi a cosa sarebbe successo se l’interruzione fosse avvenuta di sera, o anche solo nel tardo pomeriggio: di colpo ogni cosa si spegne e tutto piomba nelle tenebre più profonde. Cara, dove hai messo le candele? Ma … abbiamo delle candele? E poi, con cosa le accendo? In casa non fuma nessuno, non abbiamo accendini… Fiammiferi? Esistono ancora? Accidenti, chi ha messo questa cosa in mezzo alla stanza? A momenti mi rompo il piede!

Per fortuna niente di tutto questo, la luce se n’è andata il 26 mattino, quando ci eravamo appena alzati, senza la fretta di dover andare a scuola o al lavoro. Poi è tornata e poi se n’è andata ancora, poi è ritornata di nuovo e infine… blackout totale. I telefoni e internet funzionavano ancora e così abbiamo potuto informaci, grazie a Twitter abbiamo appreso delle strade interrotte e del traffico in tilt. Mio fratello, bloccato sul viadotto che precede Tai di Cadore, è costretto a girare l’auto e tornare indietro. Farà un nuovo tentativo verso ora di pranzo, ma troverà la strada ancora bloccata da alberi caduti che nessuno riesce a spostare.

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Con Silvia esco per una passeggiata, ci dirigiamo verso il Forte di Pian dell’Antro, sopra Venas di Cadore. Il paesaggio è a dir poco fiabesco: gli alberi completamente bianchi di neve, i rami ricoperti dai candidi cristalli brillano al sole come un tesoro favoloso. Il cuore sprizza di gioia, la neve finalmente è arrivata, ancora non immaginiamo i danni che ha provocato. Andando più avanti scopriamo alcuni alberi piegati sotto il peso della neve, i rami incurvati creano dei pittoreschi tunnel bianchissimi e luccicanti sopra le nostre teste. Poi incontriamo un albero caduto, il tronco si è spezzato. La pianta non era particolarmente grande e lo scavalchiamo facilmente. Più in là un abete più grosso, completamente sradicato, è il terreno che ha ceduto e lo ha tradito, lui non ha potuto fare altro che cadere, dritto, imponente, tutto intero, sulla strada. Sembra quasi averlo fatto apposta, per prendersi un ultimo momento di celebrità, cadendo con tutti i suoi rami sull’asfalto, dove tutti lo possono ammirare e celebrarne la grandezza. A fatica riusciamo a superarlo.

È una carneficina, contiamo almeno una decina di piante in un paio di chilometri, ogni tanto sentiamo uno stoc, un crac e vediamo un albero ondeggiare e appoggiarsi su quelli vicini. Temiamo di essere investiti da un improbabile effetto domino, ma riusciamo ad arrivare al Forte, dormiente sotto la neve.

Il mio telefono non funziona più, quello di Silvia ha ancora un po’ di segnale, ma presto ci abbandonerà. Le antenne, prive di alimentazione elettrica, non diffondono più la rete cellulare, così necessaria ormai per tutti noi.

L’assenza di riscaldamento per noi non è un problema, abbiamo due stufe e una discreta scorta di legna. Le camere saranno un po’ fredde, ma abbiamo dei folti piumoni sotto i quali dormire senza partire il freddo. Disponiamo di una vera riserva di candele, un candeliere, una vecchia lampada di quelle con la finestrella che puoi appendere sospese o appoggiare su un mobile o un davanzale. Quando capiamo che la cosa non si risolverà tanto in fretta ci organizziamo per la sera mettendo candele un po’ dappertutto e accendendo anche la seconda stufa, una bella “cucina economica” di quelle che ti scaldano e ci puoi cucinare sopra.

Il blackout è anche l’occasione per rinsaldare i rapporti sociali, quelli veri, quelli fatti di aiuto reciproco, di una chiacchierata davanti al fuoco con un bicchiere di vino.

Fosse per me continuerei così a lungo.

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