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Sto trascorrendo qualche giorno a Pantelleria, per godere di un po’ di quel sole che mai come quest’anno tanto si è fatto desiderare alle nordiche latitudini.

È la prima volta che visito quest’isola e devo dire che mi ha stupito piacevolmente. Non mi ero documentato prima della partenza e pur conoscendone qualche tratto distintivo, come i tipici dammusi ed il celebre vino passito, la immaginavo soprattutto una meta turistica balneare. Invece l’isola ha una sua fortissima identità, fatta di terrazzamenti e coltivazioni che la legano fortemente alla terra più che al mare, ma l’aggettivo che utilizzerei per descriverla è “intatta”.

Contrariamente a ciò che spesso si vede nelle località turistiche italiane, qui a Pantelleria non ci sono grandi resort con edifici di nuova costruzione in riva la mare. L’abitazione tradizionale pantesca, il dammuso, una costruzione dalle spesse mura di pietra con una copertura a cupola imbiancata a calce, fresca anche nelle caldissime estati di queste latitudini, caratterizza ovunque il paesaggio. Dammusi come abitazioni private, ma dammusi anche per i turisti che li affittano per i loro soggiorni e dammusi in vendita per quanti vogliono fare un investimento e pianificare il proprio buen retiro in questa terra così carica di profumi, colori e sapori. Un plauso dunque anche ai cittadini panteschi e ai loro amministratori che hanno saputo tutelare questo patrimonio e questa storia.

Una storia che qui, come in tutto il Mediterraneo, ha visto avvicendarsi culture e popoli diversi fin dagli albori della civiltà: fenici, greci, romani, arabi, normanni, spagnoli. Un’isola dai molti nomi: Hiranin, l’isola degli uccelli, per i fenici, mentre i greci la battezzarono Kossyra, la piccola, e infine Bent el-Rhia per gli arabi, la figlia del vento, da cui deriva il nome attuale.

E come in tutti i luoghi che hanno visto innumerevoli dominazioni, regna una cultura saggia, disincantata, ma come abbiamo visto orgogliosa e laboriosa. Dove l’ospitalità, come in tutta la Magna Grecia, è un dovere e un modo d’essere, prima ancora che una consuetudine. Quello stesso stile di vita che accolse l’esule Odisseo durante le sue peregrinazioni in ogni angolo del Mediterraneo, dove l’ospite errante, anche se sporco e lacero, veniva prima lavato, unto d’oli profumati e rifocillato, prima ancora che interrogato su chi fosse e da dove venisse. Una cultura che si ripropone e si mantiene in questi anni di drammatiche migrazioni attraverso il Mare Nostro.

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