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L’ultima notte in Alaska la passeremo ad Anchorage, prima di prendere il volo la mattina successiva per il rientro in Italia.

La mattina facciamo una bella colazione presso il nostro Bay Avenue Bed and Breakfast Inn, durante la quale ho modo di raccontare la disavventura del giorno precedente agli altri ospiti e ai proprietari della struttura. Questi ultimi conoscono Smokey Bay Air e trovano strano quanto accaduto.

Diamo un ultimo saluto alla fantastica veduta sulla baia che si gode dal lounge del B&B e ci mettiamo in auto. La tappa finale, che chiude il cerchio di questo bellissimo viaggio, è lunga 360 chilometri, da percorrere in quattro, cinque ore, fermandoci ogni tanto per ammirare i panorami. La giornata oggi infatti è molto bella e potremo così godere delle vedute lungo la Seward Highway che non abbiamo potuto apprezzare due giorni fa a causa delle nuvole basse e della pioggia.

Ci fermiamo ad osservare i pescatori sul Russian River all’altezza di Cooper Landing. Fanno impressione quanto sono motivati ed attrezzati, sembrano tante truppe da sbarco pronte per una missione: stivali fino a mezzo busto, un arsenale di canne da pesca nelle loro custodie come tanti fucili pronti per la battaglia, barche a remi come mezzi da sbarco pronti ad affrontare il nemico. Chissà poi perché in barca a remi… Forse perché il rumore del motore spaventerebbe i pesci? O forse perché il fiume assomiglia più che altro ad un torrente con una corrente piuttosto impetuosa, quindi preferiscono utilizzare dei lunghi remi – manovrati da un componente dell’equipaggio specificamente dedicato a ciò – per manovrare la barca.

E così equipaggiati partono per la missione: la barca si lascia trasportare dalla corrente, il “rematore” mantiene l’assetto del mezzo mentre gli altri (di solito due) pescano. Ogni tanto il rematore riesce a fermare la barca in alcuni punti evidentemente ritenuti più pescosi. Non si capisce come faccia a tenere immobile la barca con la corrente che c’è, deve usare una tecnica tutta particolare che a me, uomo più avvezzo ai monti che all’acqua, è oscura.

Ogni pescatore viaggia con dei contenitori frigoriferi molto capienti, che immagino a fine giornata straripanti di salmoni freschissimi. Se penso a come riescono poi a rovinarli in cucina mi viene una rabbia…

Ripartiamo per Anchirage e facciamo qualche breve sosta qua è la. Il percorso è molto panoramico, con le solite foreste sconfinate che si perdono in lontananza nel paesaggio ondulato, i ghiacciai che fanno capolino di tanto in tanto uscendo a valle da qualche gola montuosa, i laghi azzurrissimi e i fiumi e i torrenti pieni di salmoni e di pescatori assatanati al loro inseguimento. Natura, natura e ancora natura rigogliosa, infinita, straripante. Ci saziamo di lei, della sua vista e dei suoi odori primordiali per un’ultima volta prima di ritornare alla civiltà delle macchine, della comunicazione, dell’inquinamento, della sovrappopolazione.

Poco prima di Anchorage ci fermiamo per ammirare un fenomeno particolare: l’onda di marea che si verifica nel Turnagain Arm, quando la marea si inverte e ricomincia a crescere. Allora, anziché salire a poco a poco, la marea diventa una corrente impetuosa che risale il braccio di mare alle volte formando dei piccoli tsunami, a seconda della forza del vento e di altri fattori.

Giunti ad Anchorage abbiamo ancora un po’ di tempo per un’ultima visita. Decidiamo di andare allo zoo, dove in un ambiente lussureggiante sono custoditi, all’interno di spazi molto ampi, molti esemplari di fauna artica, tra cui orsi polari, grizzly, orsi neri, tigri siberiane, leopardi delle nevi, volpi, aquile, lupi, buoi muschiati, alci, caribù e altro ancora. L’orso polare è la vera attrazione dello zoo: ci sono due esemplari che si possono ammirare da vicinissimo anche quando nuotano, grazie ad un’ampia vetrata che consente di vedere il fondo della vasca in cui questi magnifici animali vanno ogni tanto a sguazzare.

Lo zoo sembra tutto sommato una struttura abbastanza rispettosa della natura, gli animali giungono qui dopo essere stati salvati a seguito di incidenti che ne avrebbero compromesso la sopravvivenza. I grizzly per esempio sono stati prelevati in natura da cuccioli, una volta rimasti orfani, mentre alcuni rapaci avevano subito delle ferite o fratture da cui non sarebbero guariti da soli.

L’ultima notte la trascorriamo nuovamente all’Alaska European Bed and Breakfast, lo stesso che ci aveva ospitati il primo giorno in terra alaskana. La proprietaria, Irene, ci accoglie come l’altra volta con un sorriso bellissimo e con il suo buon italiano dalla forte cadenza yankee, molto piacevole da ascoltare. Irene, come raccontavo nel primo post in terra alaskana, ha arredato le sue camere ognuna in modo diverso, ispirandosi ai vari paesi e continenti che probabilmente ha visitato: Africa, Japan, Italia, Holland… Stavolta non dormiamo nella misteriosa e lussureggiante Africa, ma nella fiorita e colorata Holland, tra tulipani, mulini a vento e cuscini arancione.

Ceniamo da Uncle Joe, dove cerchiamo di spiegare al cameriere come servirci una focaccia di pane da pizza senza burro all’aglio. Ma è solo pane, dice lui. Ecco bravo, gli rispondo, vogliamo proprio pane!

L’unico motivo che mi rallegra quando torno da un viaggio in paesi culinariamente barbari è potermi preparare una spaghettata come dico io!

 

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