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imageA malincuore lasciamo il Denali National Park, questa riserva naturale dove nemmeno le briciole di pane possono essere abbandonate sul terreno, questo parco nazionale la cui superficie è superiore a quella della Lombardia ci ha stregati e conquistati per sempre.

Quando ci alziamo il cielo è azzurro e l’aria limpida. Riordiniamo le valigie (non dico che le facciamo, perché non vengono mai disfate), facciamo colazione e via, sulla strada, on the road.

Giunti a questo punto del viaggio avevamo due possibilità: proseguire verso nord fino a Fairbanks per poi virare a sud lungo la Richardson Highway fino a Valdez, oppure tagliare verso est e raggiungere la Richardson attraverso una regione estremamente solitaria percorsa dalla Denali Highway. Ebbene abbiamo scelto questa seconda opzione: al fascino della frontiera del grande nord abbiamo preferito l’avventura di una strada sterrata che attraversa la tundra per duecento chilometri. Non posso dire cosa ci siamo persi con questa scelta, ma certamente vi dirò che cosa abbiamo trovato, perché l’esperienza vissuta viaggiando in questi territori è stata eccezionale.

Fatto il pieno di benzina a Cantwell imbocchiamo la Denali Highway, che inizialmente sembra una strada come un’altra, ma ben presto l’asfalto finisce per lasciare il posto alla nuda terra. Ci accorgiamo subito che il traffico è infinitamente minore rispetto alle normali strade alaskane al punto che, quando due automezzi si incrociano, i guidatori si scambiano un cenno di saluto.

Lungo la strada i panorami sono grandiosi: le dimensioni di ogni cosa e gli spazi tutto intorno sono sconfinati, inoltre la meravigliosa solitudine ed il silenzio rotto solamente dal rumore delle auto che corrono sul terreno ghiaioso contribuiscono a creare un’atmosfera di grande suggestione. Alle nostre spalle il Mt. McKinley fa la sua teatrale comparsa, dopo essere stato capricciosamente coperto dietro una spessa coltre di nubi negli ultimi due giorni.

Un caribù staziona in mezzo alla strada e noi ci fermiamo, ma non facciamo in tempo a prendere le macchine fotografiche che l’animale fugge via addentrandosi nel bush. Avvistiamo un altro animale, da lontano non riusciamo bene a capire di cosa si tratti, sembra uno strano essere basso e tozzo, ci viene in mente il ghiottone (wolverine), ma si muove in modo strano, quasi strisciando. Quando ci avviciniamo capiamo che si tratta di un porcospino. Non ne avevo mai visto uno dal vivo, è molto grande e si muove molto in fretta. Riusciamo a fotografarlo e a filmarlo per pochi secondi, ma va bene così, anche lui ha diritto alla sua privacy!

Ogni tanto, in lontananza, una nuvola di polvere si leva all’orizzonte. In passato ciò avrebbe segnalato l’incedere di una carovana o un gruppo di cavalieri, oggi ci annuncia il prossimo incrocio con un’altra auto. Ad un certo punto, in prossimità di un torrente, scorgiamo una piccola tenda e accanto ad essa un uomo seduto su una sedia che ammira il panorama. Ci fermiamo per fotografarlo, lui non batte ciglio e rimane lì immobile, assorto nei suoi pensieri e nella contemplazione della natura circostante. Ci viene anche il sospetto che sia morto, abbandonato lì dai suoi compagni cercatori durante la corsa all’oro!

Come posso descrivere la meraviglia che ci circonda? Ciò che colpisce maggiormente, come dicevo poco fa, è l’immensità di ogni cosa, gli spazi sconfinati, i profili delle montagne che si susseguono a perdita d’occhio e l’assenza di ogni forma di civiltà. Poi vengono i colori: il verde, in tutte le sue diverse tonalità e gradazioni, il porpora dei fiori, il cielo azzurro che contrasta con il bianco scintillante delle vette innevate, il grigio-blu dei torrenti e il blu di Prussia dei laghetti glaciali che riempiono gli avvallamenti del terreno.

Chi non apprezza la natura tende a bollare frettolosamente questi ambienti come “noiosi”, in realtà, oltre agli animali che vi si possono incontrare, questi luoghi sono ricchi anche di dettagli geologici unici. Un esempio di ciò sono gli esker, strisce di terreno sopraelevato rispetto al resto della pianura, la cui diversa composizione geologica (limo, ghiaia, sabbia) hanno comportato un livello di erosione minore rispetto al paesaggio circostante, portandole così ad emergere rispetto al livello medio della pianure in cui sorgono. Per un po’ la nostra strada corre proprio sopra un esker, dandoci l’opportunità di ammirare meglio il panorama tutto attorno a noi. Un altro fenomeno particolarissimo sono le palse, delle montagnole di torba ghiacciata ricoperte da uno strato di terra: se ne vedono moltissime dare al paesaggio una conformazione ondulata.

Verso la fine del nostro percorso incrociamo il Landmark Gap, una spaccatura scavata durante l’Era Glaciale oltre 10.000 anni fa, sulla rotta di migrazione dei caribù e territorio di caccia dei nativi d’Alaska nei secoli scorsi.

Giungiamo infine nella zona dei Tangle Lakes, dove oltre quaranta laghi di forme e dimensioni diverse caratterizzano il paesaggio. Ci fermiamo per la notte alla Tangle River Inn, una locanda-rifugio isolatissima e completamente autosufficiente (generatore elettrico, pompa di benzina, cisterna…), dove si mangia molto bene anche se con prezzi piuttosto elevati, come del resto quasi sempre in Alaska. Meglio dirottare sul classico hamburger!

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